Ciao amore


Dov'é la bambina che viveva nella tua mente?
Ricordi quella piccola che credeva nell'amore? Che sognava l'uomo ideale a cui un giorno avrebbe donato il suo cuore e che sapeva, nel momento in cui lo sognava, di essere già innamorata di lui?
Dov'é quella bambina che ogni giorno, portava quell'amore con lei nel suo cuore, in attesa del giorno in cui potesse essere liberato, liberato e donato a qualuncuno che lo meritava?

Come sarebbe se dopo tante lacrime e pene quella persona fosse arrivata?

Quella bambina esiste ancora?

 

   

Io tocco i miei nemici col naso e con la spada
ma in questa vita oggi non trovo più la strada,
non voglio rassegnarmi ad essere cattivo tu sola puoi salvarmi,
tu sola e te lo scrivo;

dev'esserci, lo sento,
in terra in cielo o un posto dove non soffriremo
e tutto sarà giusto.

Non ridere, ti prego, di queste mie parole,
io sono solo un'ombra e tu, Rossana, il sole;
ma tu, lo so, non ridi, dolcissima signora
ed io non mi nascondo sotto la tua dimora
perché ormai lo sento, non ho sofferto invano,
se mi ami come sono, per sempre tuo Cirano. .

 

Da "Cyrano" di Francesco Guccini

 

Se sei arrivata fin quì quella bambina esiste ancora. E forse, quì, ora, il suo cuore ha trovato quella persona.

Se davvero quella bambina esiste e vuole qualcosa di vero e di pulito....

 

 

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Da "La divina commedia, Inferno, Canto V"

I' cominciai: "Poeta, volontieri parlerei a quei due che 'nsieme vanno, e paion sì al vento esser leggeri".

Ed elli a me: "Vedrai quando saranno più presso a noi; e tu allor li priega per quello amor che i mena, ed ei verranno".

Sì tosto come il vento a noi li piega, mossi la voce: "O anime affannate, venite a noi parlar, s'altri nol niega!".

Quali colombe dal disio chiamate con l'ali alzate e ferme al dolce nido vegnon per l'aere dal voler portate;

cotali uscir de la schiera ov'è Dido, a noi venendo per l'aere maligno, sì forte fu l'affettuoso grido.

"O animal grazioso e benigno che visitando vai per l'aere perso noi che tignemmo il mondo di sanguigno,

se fosse amico il re de l'universo, noi pregheremmo lui de la tua pace, poi c'hai pietà del nostro mal perverso.

Di quel che udire e che parlar vi piace, noi udiremo e parleremo a voi, mentre che 'l vento, come fa, ci tace.

Siede la terra dove nata fui su la marina dove 'l Po discende per aver pace co' seguaci sui.

Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende prese costui de la bella persona che mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende.

Amor, ch'a nullo amato amar perdona, mi prese del costui piacer sì forte, che, come vedi, ancor non m'abbandona.

Amor condusse noi ad una morte: Caina attende chi a vita ci spense". Queste parole da lor ci fuor porte.

Quand'io intesi quell'anime offense, china' il viso e tanto il tenni basso, fin che 'l poeta mi disse: "Che pense?".

Quando rispuosi, cominciai: "Oh lasso, quanti dolci pensier, quanto disio menò costoro al doloroso passo!".

Poi mi rivolsi a loro e parla' io, e cominciai: "Francesca, i tuoi martìri a lagrimar mi fanno tristo e pio.

Ma dimmi: al tempo d'i dolci sospiri, a che e come concedette Amore che conosceste i dubbiosi disiri?".

E quella a me: "Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice ne la miseria; e ciò sa 'l tuo dottore.

Ma s'a conoscer la prima radice del nostro amor tu hai cotanto affetto, dirò come colui che piange e dice.

Noi leggiavamo un giorno per diletto di Lancialotto come amor lo strinse; soli eravamo e sanza alcun sospetto.

Per più fiate li occhi ci sospinse quella lettura, e scolorocci il viso; ma solo un punto fu quel che ci vinse.

Quando leggemmo il disiato riso esser basciato da cotanto amante, questi, che mai da me non fia diviso,

la bocca mi basciò tutto tremante. Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse: quel giorno più non vi leggemmo avante".

Mentre che l'uno spirto questo disse, l'altro piangea; sì che di pietade io venni men così com'io morisse.

E caddi come corpo morto cade.

Inferno: Canto VI

Al tornar de la mente, che si chiuse dinanzi a la pietà d'i due cognati, che di trestizia tutto mi confuse,

novi tormenti e novi tormentati mi veggio intorno, come ch'io mi mova e ch'io mi volga, e come che io guati.

Io sono al terzo cerchio, de la piova etterna, maladetta, fredda e greve; regola e qualità mai non l'è nova.

Grandine grossa, acqua tinta e neve per l'aere tenebroso si riversa; pute la terra che questo riceve.

Cerbero, fiera crudele e diversa, con tre gole caninamente latra sovra la gente che quivi è sommersa.

Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra, e 'l ventre largo, e unghiate le mani; graffia li spirti, iscoia ed isquatra.

Urlar li fa la pioggia come cani; de l'un de' lati fanno a l'altro schermo; volgonsi spesso i miseri profani.

Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo, le bocche aperse e mostrocci le sanne; non avea membro che tenesse fermo.

E 'l duca mio distese le sue spanne, prese la terra, e con piene le pugna la gittò dentro a le bramose canne.

Qual è quel cane ch'abbaiando agogna, e si racqueta poi che 'l pasto morde, ché solo a divorarlo intende e pugna,

cotai si fecer quelle facce lorde de lo demonio Cerbero, che 'ntrona l'anime sì, ch'esser vorrebber sorde.

Noi passavam su per l'ombre che adona la greve pioggia, e ponavam le piante sovra lor vanità che par persona.

Elle giacean per terra tutte quante, fuor d'una ch'a seder si levò, ratto ch'ella ci vide passarsi davante.

"O tu che se' per questo 'nferno tratto", mi disse, "riconoscimi, se sai: tu fosti, prima ch'io disfatto, fatto".

E io a lui: "L'angoscia che tu hai forse ti tira fuor de la mia mente, sì che non par ch'i' ti vedessi mai.

Ma dimmi chi tu se' che 'n sì dolente loco se' messo e hai sì fatta pena, che, s'altra è maggio, nulla è sì spiacente".

Ed elli a me: "La tua città, ch'è piena d'invidia sì che già trabocca il sacco, seco mi tenne in la vita serena.

Voi cittadini mi chiamaste Ciacco: per la dannosa colpa de la gola, come tu vedi, a la pioggia mi fiacco.

E io anima trista non son sola, ché tutte queste a simil pena stanno per simil colpa". E più non fé parola.

Io li rispuosi: "Ciacco, il tuo affanno mi pesa sì, ch'a lagrimar mi 'nvita; ma dimmi, se tu sai, a che verranno

li cittadin de la città partita; s'alcun v'è giusto; e dimmi la cagione per che l'ha tanta discordia assalita".

E quelli a me: "Dopo lunga tencione verranno al sangue, e la parte selvaggia caccerà l'altra con molta offensione.

Poi appresso convien che questa caggia infra tre soli, e che l'altra sormonti con la forza di tal che testé piaggia.

Alte terrà lungo tempo le fronti, tenendo l'altra sotto gravi pesi, come che di ciò pianga o che n'aonti.

Giusti son due, e non vi sono intesi; superbia, invidia e avarizia sono le tre faville c'hanno i cuori accesi".

Qui puose fine al lagrimabil suono. E io a lui: "Ancor vo' che mi 'nsegni, e che di più parlar mi facci dono.

Farinata e 'l Tegghiaio, che fuor sì degni, Iacopo Rusticucci, Arrigo e 'l Mosca e li altri ch'a ben far puoser li 'ngegni,

dimmi ove sono e fa ch'io li conosca; ché gran disio mi stringe di savere se 'l ciel li addolcia, o lo 'nferno li attosca".

E quelli: "Ei son tra l'anime più nere: diverse colpe giù li grava al fondo: se tanto scendi, là i potrai vedere.

Ma quando tu sarai nel dolce mondo, priegoti ch'a la mente altrui mi rechi: più non ti dico e più non ti rispondo".

Li diritti occhi torse allora in biechi; guardommi un poco, e poi chinò la testa: cadde con essa a par de li altri ciechi.

E 'l duca disse a me: "Più non si desta di qua dal suon de l'angelica tromba, quando verrà la nimica podesta:

ciascun rivederà la trista tomba, ripiglierà sua carne e sua figura, udirà quel ch'in etterno rimbomba".

Sì trapassammo per sozza mistura de l'ombre e de la pioggia, a passi lenti, toccando un poco la vita futura;

per ch'io dissi: "Maestro, esti tormenti crescerann'ei dopo la gran sentenza, o fier minori, o saran sì cocenti?".

Ed elli a me: "Ritorna a tua scienza, che vuol, quanto la cosa è più perfetta, più senta il bene, e così la doglienza.

Tutto che questa gente maladetta in vera perfezion già mai non vada, di là più che di qua essere aspetta".

Noi aggirammo a tondo quella strada, parlando più assai ch'i' non ridico; venimmo al punto dove si digrada:

quivi trovammo Pluto, il gran nemico.

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Luna Fortuna
Notte calda come tante vicino al fiume che canta, aria piena del barlume di un lume fioco in distanza e di lucciole sfuggenti di cui la notte si ammanta. E si ammanta di fantasmi o di un ricordo lontano, mentre al buio della notte che mi trascina per mano cerco i segni delle piante che mi circondano piano. Piano, all'ombra della notte, mi sembri fatta di fumo, sento appena il tuo calore ed il tuo strano profumo con l'odore del tuo corpo e in questo io mi consumo. Ma dal monte all'improvviso spunta la bianca luna e ogni cosa in un istante schiarisce e non è più bruna; questa luna esagerata ci procurerà fortuna. La fortuna di un amante è un fiore d'esile stelo, una favola inquietante, fugace e fragile velo, il respiro di un istante che scomparirà nel cielo. Cielo e luce all'infinito come se fosse di giorno, mondo magico e fiorito che mi risplende d'intorno, io ti sfoglio con le dita e indovino il tuo contorno. Il contorno del tuo corpo ora si è fatto reale è qualcosa bianco e vero, bello da far quasi male, e si insinua in un pensiero che all'improvviso mi assale: contro il cielo trasformato sorride un'altra luna, ma io so qual è la vera, l'altra non è più nessuna, questa nuova luna piena mi procurerà fortuna.

Bisanzio
Anche per questa sera la luna è sorta affogata in un colore troppo rosso e vago. Vespero non si vede, si è offuscata, la punta dello stilo si è spezzata. Che oroscopo sai trarre questa sera, Mago? Io Filemazio, protomedico matematico astronomo, forse saggio. Ridotto come un cieco a brancicare attorno, non ho la conoscenza, od il coraggio per fare quest'oroscopo, per divinar responso, e resto qui ad aspettare che ritorni giorno e devo dire, devo dire, che sono forse troppo vecchio per capire che ho perso la mia mente in chissà quale abuso, od ozio, ma stan mutando gli astri nelle notti d'equinozio. O forse io, forse io, ho sottovalutato questo nuovo dio, ma vedo in me e nei segni che qualcosa sta cambiando, ma è un debole presagio che non dice come e quando... Me ne andavo l'altra sera quasi inconsciamente giù al porto Bosphoreion là dove si perde la terra dentro al mare fino quasi al niente e poi ritorna terra ma non è più occidente. Che importa a questo mare se essere azzurro o verde? Sentivo i canti osceni degli avvinazzati di gente dallo sguardo avviluppato e vuoto ippodromo bordello, e nordici soldati Romani e Greci urlate, dove siete andati... Sentivo bestemmiare in Alamanno e in Goto... Città assurda, città strana... Di quest'imperatore sposo di puttana, di plebi smisurate, labirinti ed empietà di barbari che forse sanno già la verità. Di filosofi, e di etere, sospesa tra due mondi, e tra due ere Fortuna e età han deciso per un giorno non lontano, ma il fato chiederebbe che scegliesse la mia mano, ma... Bisanzio è forse solo un simbolo insondabile crudele e ambiguo, come questa vita Bisanzio è un mondo che non mi è consueto Bisanzio è un sogno che si fa incompleto. Forse Bisanzio non è mai esistita e ora è giorno, e un'altra notte è andata Lucifero è già sorta, e si alza un po' di vento è freddo sulla torre, o è l'età mia malata confondo vita e morte, non so chi è passata mi copro con la testa il capo e più non sento, e mi addormento mi addormento mi addormento.

Bologna
Bologna è una vecchia signora dai fianchi un po' molli col seno sul piano padano ed il culo sui colli Bologna arrogante e papale Bologna la rossa e fetale Bologna la grassa e l'umana, già un poco Romagna e in odor di Toscana. Bologna per me provinciale Parigi minore mercati all'aperto, bistrots della "rive gauche" l'odore con Sartre che pontificava, Baudlaire fra l'assenzio cantava ed io, modenese volgare, a sudarmi un amore, fosse pure ancillare. Però che boheme confortevole, giocata fra casa e osterie quando a ogni bicchiere rimbalzano le filosofie oh, come eravamo poetici, ma senza pudore o paura e i vecchi "imbariaghi" sembravano la letteratura oh, quanto eravam tutti artistici, ma senza pudore o vergogna cullati fra i portici-cosce di mamma Bologna. Bologna è una donna emiliana di zigomo forte, Bologna capace d'amore, capace di morte che sa quel che conta e che vale che sa dov'è il sugo del sale che valuta il giusto la vita, e che sa stare in piedi per quanto colpita. Bologna è una ricca signora che fu contadina benessere, ville, gioielli e salami in vetrina che sa che l'odor di miseria da mandare giù è cosa seria e vuole sentirsi sicura con quello che ha addosso, perchè sa la paura. Lo sprechi il tuo odor di benessere però con lo strano binomio dei morti per sogni davanti al tuo Santo Petronio e i tuoi bolognesi, se esistono, ci sono od ormai si son persi confusi e legati a migliaia di mondi diversi? ma quante parole ti cantano, cullando i clichè della gente cantando canzoni che è come cantare di niente. Bologna è una strana signora, volgare e matrona Bologna bambina per bene, Bologna busona Bologna ombelico di tutto, mi spingi a un singhiozzo e ad un rutto rimorso per quel che mi hai dato, che è quasi ricordo, e in odor di passato.

Canzone delle colombe e del fiore
Amore, se fossi aria, le tue rondini vorrei, per guardarmele ogni minuto e farle volare negli occhi miei ; quelle rondini bianche e nere che anche mute dicono tanto : tutta la gioia di mille sere ed un momento solo di pianto. Amore, mai sarò stanco di bermi tutto il tuo miele ; quando ridi o quando mi parli in me si gonfiano mille vele ; quando un sogno od un tuo segreto ti fan seria e sembri rubata, guizzan pesci fra i tuoi due fiori, rivive l'anima mia assetata. Amore, pensa se avessi una torre colombaria, per far posare le tue due colombe stanche di volare in aria ; vederle alzarsi dritte nel cielo e atterrare fra le mie mani per carezzarle dentro ai miei oggi e baciarle fino a domani. Amore, nel mio giardino vorrei fiorisse la tua rosa, perché l'anima mia si perda dove il corpo rinasce e riposa ; quella rosa di primavera sempre rorida di rugiada, misteriosa come la sera balenante come una spada. Amore colomba fiore, amore fragile e forte, sfrontatezza e pudore, compagna di gioia e sorte, sapore amaro e dolcezza, con l'arcobaleno fra le dita, vorrei perdermi nel tuo respiro, vorrei offrirti questa mia vita.

Canzone delle domande consuete
Ancora qui a domandarsi e a far finta di niente come se il tempo per noi non costasse l'uguale, come se il tempo passato ed il tempo presente non avessero stessa amarezza di sale. Tu non sai le domande, ma non risponderei per non strascinare le parole in linguaggio d'azzardo; eri bella, lo so, e che bella che sei; dicon tanto un silenzio e uno sguardo. Se ci sono non so cosa sono e se vuoi quel che sono o sarei, quel che sarò domani... non parlare non dire più niente se puoi, lascia farlo ai tuoi occhi alle mani. Non andare... vai. Non restare...stai. Non parlare... parlami di te. Tu lo sai, io lo so, quanto vanno disperse, trascinate dai giorni come piena di fiume tante cose sembrate e credute diverse come un prato coperto a bitume. Rimanere così, annaspare nel niente, custodire i ricordi, carezzare le età; è uno stallo o un rifiuto crudele e incosciente del diritto alla felicità? Se ci sei, cosa sei? Cosa pensi e perché? Non lo so, non lo sai; siamo qui o lontani? Esser tutto, un momento, ma dentro di te. Aver tutto, ma non il domani. Non andare... vai. Non restare...stai. Non parlare... parlami di te. E siamo qui, spogli, in questa stagione che unisce tutto ciò che sta fermo, tutto ciò che si muove; non so dire se nasce un periodo o finisce, se dal cielo ora piove o non piove, pronto a dire "buongiorno", a rispondere "bene" a sorridere a "salve", dire anch'io "come va?" Non c'è vento stasera. Siamo o non siamo assieme? Fuori c'è ancora una città? Se c'è ancora balliamoci dentro stasera, con gli amici cantiamo una nuova canzone... ...tanti anni, e sono qui ad aspettar primavera tanti anni, ed ancora in pallone Non andare... vai. Non restare...stai. Non parlare... parlami di te. Non andare... vai. Non restare...stai. Non parlare... parlami di noi.

Canzone di notte n. 2
E' un'altra volta è notte e suono Non so nemmeno io per che motivo, forse perché son vivo E voglio in questo modo dire "Sono" O forse perché è un modo pure questo Per non andare a letto O forse perché ancora c'è da bere E mi riempio il bicchiere E l'eco si è smorzato appena delle risate fatte con gli amici, dei brindisi felici In cui ciascuno chiude la sua pena In cui ciascuno non è come adesso da solo con sè stesso A dir "Dove ho mancato e dove è stato" A dir "Dove ho sbagliato" Eppure fa piacere a sera Andarsene per strade ed osterie, vino e malinconie E due canzoni fatte alla leggera In cui gridando celi il desiderio Che sian presi sul serio Il fatto che sei triste o che t'annoi E tutti i dubbi tuoi Ma i moralisti han chiuso i bar E le morali han chiuso i vostri cuori E spento i vostri ardori È bello, ritornar normalità È facile tornare con le tante Stanche pecore bianche. Scusate, non mi lego a questa schiera: Morrò pecora nera. Saranno cose già sentite O scritte sopra un metro un po' stantio, Ma intanto questo è mio E poi, voi queste cose non le dite Poi certo per chi non è abituato Pensare è sconsigliato Poi è bene essere un poco diffidente Per chi è un po' differente Ma adesso avete voi il potere Adesso avete voi supremazia, diritto e Polizia Gli dei, i comandamenti ed il dovere Purtroppo non so come siete in tanti E molti qui davanti Ignorano quel tarlo mai sincero Che chiamano "Pensiero" Però non siate preoccupati Noi siamo gente che finisce male: galera od ospedale Gli anarchici li han sempre bastonati E il libertario è sempre controllato Dal clero, dallo stato Non scampa, fra chi veste da parata Chi veste una risata O forse non è qui il problema, E ognuno vive dentro ai suoi egoismi Vestiti di sofismi E ognuno costruisce il suo sistema Di piccoli rancori irrazionali, Di cosmi personali Scordando che poi infine tutti avremo Due metri di terreno E un'altra volta è notte e suono Non so nemmeno io per che motivo Forse perché son vivo O forse per sentirmi meno solo O forse perché è notte e vivo strani Fantasmi e sogni vani Che danno quell'ipocondria ben nota Poi... la bottiglia è vuota

Canzone di notte n. 3
Esistenza, che stai qui di contrabbando, come un ladro sempre pronta per fuggire, ogni età chiude in sè i crismi dello sbando sbaglio è intuire coi suoi giochi di carambola e rimando prendere e offrire ma si muoia solo un po' di quando in quando ma sia poco a poco che si va a morire. Ogni giorno è un altro giorno regalato ogni notte un buco nero da riempire ma per quanto non l'ho mai visto colmato così per dire resta solo l'urlo solito gridato tentare agire ma si pianga solo un po' perché è un peccato, e si rida poi sul come andrà a finire. Lo capisco se mi prendi per le mele ma ci passo sopra gioco e non mi arrendo ogni giorno riapro i vetri e alzo le vele se posso prendo. Quando perdo non sto lì a mandar giù fiele, e non mi svendo e poi perdere ogni tanto ci ha il suo miele e se dicono che vinco stan mentendo, perché quelle poche volte che busso a bastoni mi rispondono con spade o con denari la ragione diamo, e il vincere ai coglioni, oppure ai bari resteremo sempre a un punto dai campioni tredici è pari ma si perda perché siam tre volte buoni, e si vinca solo in sogni straordinari. Ah quei sogni, ah quelle forze del destino che chi conta spingerebbe a rinnegare ci hanno detto di non fare più casino non disturbare canteremo solo in modo clandestino senza vociare poi ghignando ce ne andremo pian pianino per sederci lungo il fiume ad aspettare... Quello che mi gira in testa questa notte son tornato, incerta amica, a riferire, noi immergenti, noi con fedi ed ossa rotte, lasciamo dire ne abbiam visti geni e maghi uscire a frotte per scomparire noi, se si muore solo un po' chi se ne fotte ma sia molto tardi che si va a dormire.

Cirano
Venite pure avanti, voi con il naso corto, signori imbellettati, io più non vi sopporto ! Infilerò la penna ben dentro al vostro orgoglio perché con questa spada vi uccido quando voglio. Venite pure avanti poeti sgangherati, inutili cantanti di giorni sciagurati, buffoni che campate di versi senza forza avrete soldi e gloria ma non avete scorza ; godetevi il successo, godete finché dura ché il pubblico è ammaestrato e non vi fa paura e andate chissà dove per non pagar le tasse col ghigno e l'ignoranza dei primi della classe. Io sono solo un povero cadetto di Guascogna però non la sopporto la gente che non sogna. Gli orpelli ? L'arrivismo ? All'amo non abbocco e al fin della licenza io non perdono e tocco. Facciamola finita, venite tutti avanti nuovi protagonisti, politici rampanti ; venite portaborse, ruffiani e mezze calze, feroci conduttori di trasmissioni false che avete spesso fatti del qualunquismo un arte ; coraggio liberisti, buttate giù le carte tanto ci sarà sempre chi pagherà le spese in questo benedetto assurdo bel paese. Non me ne frega niente se anch'io sono sbagliato, spiacere è il mio piacere, io amo essere odiato ; coi furbi e i prepotenti da sempre mi balocco e al fin della licenza io non perdono e tocco. Ma quando sono solo con questo naso al piede che almeno di mezz'ora da sempre mi precede si spegne la mia rabbia e ricordo con dolore che a me è quasi proibito il sogno di un amore ; non so quante ne ho amate, non so quante ne ho avute, per colpa o per destino le donne le ho perdute e quando sento il peso d'essere sempre solo mi chiudo in casa e scrivo e scrivendo mi consolo, ma dentro di me sento che il grande amore esiste, amo senza peccato, amo ma sono triste perché Rossana è bella, siamo così diversi ; a parlarle non riesco, le parlerò coi versi. Venite gente vuota, facciamola finita : voi preti che vendete a tutti un'altra vita ; se c'è come voi dite un Dio nell'infinito guardatevi nel cuore, l'avete già tradito e voi materialisti, col vostro chiodo fisso che Dio è morto e l'uomo è solo in questo abisso, le verità cercate per terra, da maiali, tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali ; tornate a casa nani, levatevi davanti, per la mia rabbia enorme mi servono giganti. Ai dogmi e ai pregiudizi da sempre non abbocco e al fin della licenza io non perdono e tocco. Io tocco i miei nemici col naso e con la spada ma in questa vita oggi non trovo più la strada, non voglio rassegnarmi ad essere cattivo tu sola puoi salvarmi, tu sola e te lo scrivo ; dev'esserci, lo sento, in terra in cielo o un posto dove non soffriremo e tutto sarà giusto. Non ridere, ti prego, di queste mie parole, io sono solo un'ombra e tu, Rossana, il sole ; ma tu, lo so, non ridi, dolcissima signora ed io non mi nascondo sotto la tua dimora perché ormai lo sento, non ho sofferto invano, se mi ami come sono, per sempre tuo Cirano.

Culodritto
Ma come vorrei avere i tuoi occhi, spalancati sul mondo come carte assorbenti e le tue risate pulite e piene, quasi senza rimorsi o pentimenti, ma come vorrei avere da guardare ancora tutto come i libri da sfogliare e avere ancora tutto, o quasi tutto, da provare. Culodritto, che vai via sicura, trasformando dal vivo cromosomi corsari, di longobardi, di celti e romani dell'antica pianura di montanari, reginetta dei telecomandi, di gnosi assolute che asserisci e domandi, di sospetto e di fede nel mondo curioso dei grandi, anche se non avrai le mie risse terrose di campi, cortili e di strade, e non saprai che sapore ha il sapore dell'uva rubato a un filare, presto ti accorgerai com'è facile farsi un'inutile software di scienza e vedrai che confuso problema è adoprare la propria esperienza; Culodritto, cosa vuoi che ti dica? Solo che costa sempre fatica e il vivere è sempre quello, ma è storia antica. Culodritto, dammi ancora la mano, anche se quello di stringerla è solo un pretesto per sentire quella tua fiducia totale che nessuno mi ha dato, o mi ha mai chiesto; vola, vola tu, dove io vorrei volare verso un mondo dove ancora tutto è da fare e dove è ancora tutto, o quasi tutto, da sbagliare.

Dio è morto
Ho visto la gente della mia età andare via lungo le strade che non portano mai a niente cercare il sogno che conduce alla follia nella ricerca di un qualcosa che non trovano, nel mondo che hanno già lungo le strade che dal vino son bagnate dentro alle stanze da pastiglie trasformate dentro alle nuvole di fumo del mondo fatto di città essere contro ed ingoiare la nostra stanca civiltà, e un dio che è morto ai bordi delle strade dio è morto nelle auto prese a rate dio è morto nei miti dell'estate dio è morto Mi han detto che questa mia generazione più non crede in ciò che spesso è mascherato con la fede nei miti eterni della patria e dell'eroe perché è venuto ormai il momento di negare tutto cio che è falsità e che è di parte e di abitudine e paura una politica che è solo far carriera il perbenismo interessato la dignità fatta di vuoto l'ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto e un dio che è morto nei campi di sterminio dio è morto coi miti della razza dio è morto con gli uomini di partito dio è morto. Ma penso che questa mia generazione è preparata ad un mondo nuovo e a una speranza appena nata ad un futuro che ha in mano, ad una rivolta senza armi e che noi tutti ormai sappiamo che se dio muore è per tre giorni e poi risorge in cio che noi crediamo dio è risorto in cio che noi vogliamo dio è risorto nel mondo che faremo dio è risorto

Eskimo
Questa domenica in Settembre non sarebbe pessata così l'estate finiva più nature vent'anni fa o giù di lì Con l'incoscienza dentro al basso ventre e alcuni audaci, in tasca "l'Unità", la paghi tutta, e a prezzi d'inflazione, quella che chiaman la maturità Ma tu non sei cambiata di molto anche se adesso è al vento quello che io per vederlo ci ho impiegato tanto filosofando pure sui perché Ma tu non sei cambiata di tanto e se cos'è un orgasmo ora lo sai potrai capire i miei vent'anni allora e quasi cento adesso capirai Portavo allora un eskimo innocente dettato solo dalla povertà non era la rivolta permanente diciamo che non c'era e tanto fa Portavo una coscienza immacolata che tu tendevi a uccidere però inutilmente ti ci sei provata con foto di famiglia o paletò E quanto son cambiato da allora e l'eskimo che conoscevi tu lo porta addosso mio fratello ancora e tu lo porteresti e non puoi più Bisogna saper scegliere il tempo non arrivarci per contrarietà tu giri adesso con le tette al vento io ci giravo già vent'anni fa Ricordi fu con te a Santa Lucia al portico dei Servi per Natale credevo che Bologna fosse mia ballammo insieme all'anno o a Carnevale Lasciammo allora tutti e due un qualcuno che non ne fece un dramma o non lo so ma con i miei maglioni ero a disagio e mi pesava quel tuo paletò Ma avevo la rivolta fra le dita dei soldi in tasca niente e tu lo sai e mi pagavi il cinema stupita e non ti era toccato farlo mai Perché mi amavi non l'ho mai capito così diverso da quei tuoi cliché perché fra i tanti, bella, che hai colpito ti sei gettata addosso proprio a me Infatti i fiori della prima volta non c'erano già più nel sessantotto scoppiava finalmente la rivolta oppure in qualche modo mi ero rotto Tu li aspettavi ancora ma io già urlavo che Dio era morto, a monte, ma però contro il sistema anch'io mi ribellavo cioè, sognando Dylan e i provos E Gianni ritornato da Londra a lungo ci parlò dell'LSD tenne una quasi conferenza colta sul suo viaggio di nozze stile freak E noi non l'avevamo mai fatto e noi che non l'avremmo fatto mai quell'erba ci cresceva tutt'attorno per noi crescevan solo i nostri guai Forse ci consolava far l'amore ma precari in quel senso si era già un buco da un amico, un letto a ore su cui passava tutta la città L'amore fatto alla boia d'un Giuda e al freddo in quella stanza di altri e spoglia vederti o non vederti tutta nuda era un fatto di clima e non di voglia E adesso che potremmo anche farlo e adesso che problemi non ne ho che nostalgia per quelli contro un muro o dentro a un cine o lì dove si può E adesso che sappiamo quasi tutto e adesso che problemi non ne hai che nostalgia, lo rifaremmo in piedi scordando la moquette stile e l'Hi Fi Diciamolo per dire, ma davvero si ride per non piangere perché se penso a quella ch'eri, a quel che ero, che compassione che ho per me e per te Eppure a volte non mi spiacerebbe essere quelli di quei tempi là sarà per aver quindic'anni in meno o avere tutto per possibilità Perché a vent'anni è tutto ancora intero perché a vent'anni è tutto chi lo sa a vent'anni si è stupidi davvero quante balle si ha in testa a quell'età Oppure allora si era solo noi non c'entra o meno questa gioventù di discussioni, caroselli, eroi quel ch'è rimasto dimmelo un po' tu E questa domenica in Settembre se ne sta lentamente per finire come le tante via distrattamente a cercare di fare o di capire Forse lo stan pensando anche gli amici gli andati, i rassegnati, i soddisfatti, giocando a dire che si era più felici pensando a chi si è perso o no a quei patti Ed io che ho sempre un eskimo addosso uguale a quello che ricorderai io come sempre, faccio quel che posso domani poi ci penserò se mai Ed io ti canterò questa canzone uguale a tante che già ti cantai ignorala come hai ignorato le altre e poi saran le ultime oramai

Farewell
E sorridevi, e sapevi sorridere, coi tuoi vent'anni portati così, come si porta un maglione sformato su un paio di jeans; come si sente la voglia di vivere che scoppia un giorno e non spieghi il perchè: un pensiero cullato o un amore che è nato e non sai che cos'è. Giorni lunghi tra ieri e domani, giorni strani, giorni a chiedersi tutto cos'era, vedersi ogni sera; ogni sera passare su a prenderti con quel mio buffo montone orientale, ogni sera là, a passo di danza, salire le scale e sentire i tuoi passi che arrivano, il ticchettare del tuo buonumore, quando aprivi la porta il sorriso ogni volta mi entrava nel cuore. Poi giù al bar dove ci si ritrova, nostra alcova, era tanto potere parlarci, giocare a guardarci, fra gli amici che ridono e suonano, attorno ai tavoli pieni di vino, religione del tirare tardi e aspettare mattino; e una notte lasciasti portarti via, solo la nebbia e noi due in sentinella, la città addormentata non era mai stata così tanto bella. Era facile vivere allora, ogni ora, chitarre e lampi di storie fugaci, di amori rapaci, e ogni notte inventarsi una fantasia, da bravi figli dell'epoca nuova, ogni notte sembravi chiamare la vita a una prova. Ma stupiti e felici scoprimmo che era nato qualcosa più in fondo, ci sembrava di avere trovato la chiave segreta del mondo. Non fu facile volersi bene, restare assieme o pensare d'avere un domani, restare lontani; tutti e due a immaginarsi: "Con chi sarà?" In ogni cosa un pensiero costante, un ricordo lucente e durissimo, come il diamante, e a ogni passo lasciare portarci via da un'emozione non piena, non colta: rivedersi era come rinascere ancora una volta. Ma ogni storia ha la stessa illusione, sua conclusione, e il peccato fu creder speciale una storia normale. Ora il tempo ci usura e ci stritola in ogni giorno che passa correndo, sembra quasi che ironico scruti e ci guardi irridendo. E davvero non siamo più quegli eroi pronti assieme ad affrontare ogni impresa; siamo come due foglie aggrappate ad un ramo in attesa. Farewell, non pensarci e perdonami se ti ho portato via un poco d'estate con qualcosa di fragile come le storie passate. Forse un tempo poteva commuoverti ma ora è inutile, credo, perchè ogni volta che piangi e che ridi non piangi e non ridi con me.

Il tema
Un anno è andato via della mia vita, già vedo danzar l'altro che passerà . Cantare il tempo andato sarà il mio tema perchè negli anni uguale sempre e il problema. E dirò sempre le stesse cose viste sotto mille angoli diversi; cercherò minuti, ore, giorni mesi, gli anni i visi che si sono persi canterò soltanto il tempo. Ed ora dove sei tu che sapevi ridare ai giorni e ai mesi un qualche senso. La giostra dei miei simboli fluisce uguale per trarre anche dal male qualche compenso E dirò di pietre consumate, di città finite, morte e sensazioni racconterò le mie visioni spente di fantasmi e gente lungo le stagioni e canterò soltanto il tempo. E via, e via, e via parole vane che scivolano piane dalle chitarre. E se ne vanno e vibrano non resta niente un suono che si sente e poi scompare. E sono qui sempre le stesse cose viste sotto mille angoli diversi cercherò minuti, ore giorni, mesi gli anni i visi che si sono persi; canterò soltanto il tempo.

Il vecchio e il bambino
Un vecchio e un bambino si preser per mano E andarono insieme incontro alla sera. La polvere rossa si alzava lontano E tutto brillava di luce non vera. L'immensa pianura sembrava arrivare Fin dove l'occhio di un uomo poteva guardare, E tutto d'intorno non c'era nessuno Solo il tetro contorno di torri di fumo. I due camminavano, il giorno cadeva Il vecchio parlava e piano piangeva. Con l'anima assente, con gli occhi bagnati Seguiva il ricordo di miti passati. I vecchi subiscon le ingiurie degli anni Non sanno distinguere il vero dai sogni, I vecchi non sanno, nel loro pensiero Distinguer nei sogni il falso dal vero. E il vecchio diceva, guardando lontano, "Immagina questo coperto di grano, Immagina i frutti, immagina i fiori E pensa alle voci e pensa ai colori. E in questa pianura fin dove si perde Crescevano gli alberi e tutto era verde, Cadeva la pioggia, segnavano i soli Il ritmo dell'uomo e delle stagioni." Il bimbo ristette, lo sguardo era triste, E gli occhi guardavano cose mai viste, E poi disse al vecchio con voce sognante "Mi piaccion le fiabe, raccontane altre."

Incontro

E correndo mi incontrò lungo le scale quasi nulla mi sembrò cambiato in lei la tristezza poi ci avvolse come miele per il tempo scivolato su noi due. Il sole che calava già rosseggiava la città già nostra ed ora straniera incredibile e fredda; come un istante "deja vu" ombra della gioventù ci circondava la nebbia. Auto ferme ci guardavano in silenzio vecchi muri proponevan nuovi eroi dieci anni da narrare l'uno all'altro ma le frasi rimanevan dentro in noi "cosa fai ora, ti ricordi, eran belli i nostri tempi, ti ho scritto è un anno, mi han detto che eri ancor via". E poi la cena a casa sua, la mia nuova cortesia, stoviglie color nostalgia. E le frasi quasi fossimo due vecchi rincorrevan solo il tempo dentro in noi per la prima volta vidi quegli specchi capii i quadri, i soprammobili ed i suoi. I nostri miti morti ormai, la scoperta di Hemingway il sentirsi nuovi le cose sognate e poi viste la mia America e la sua diventate nella via la nostra città tanto triste. Carte e vento volan via nella stazione freddo e luci accese forse per noi lì ed infine in breve la sua situazione uguale quasi a tanti nostri film: come in un libro scritto male lui si era ucciso per natale ma il triste racconto sembrava assorbito dal buoi povera amica che narravi dieci anni in poche frasi e io i miei in un solo saluto. E pensavo dondolato dal vagone "cara amica il tempo prende il tempo dà noi corriamo sempre in una direzione ma qual sia e che senso abbia chi lo sa restano i sogni senza tempo le impressioni di un momento le luci nel buio di case intraviste da un treno siamo qualcosa che non resta frasi vuote nella testa e il cuore di simboli pieno."

Le piogge d'aprile
Ma dove sono andate quelle piogge d'aprile che in mezz'ora lavavano un'anima o una strada e lucidavano in fretta un pensiero o un cortile bucando la terra dura e nuova come una spada, ma dove quelle piogge di primavera quando dormivi supina, e se ti svegliavo ridevi, poi piano facevi ridere anche me con i tuoi giochi lievi. Ma dove quelle estati senza fine, senza sapere la parola nostalgia, solo colore verde di ramarri e bambine e in bocca lo schioccare secco di epifania, ma dove quelle stagioni smisurate quando ogni giorno figurava gli anni a venire e dove ogni autunno quando finiva l'estate trovavi la voglia precisa di ripartire. Che ci farai ora di questi giorni che canti dei dubbi quasi doverosi che ti sono sorti dei momenti svuotati, ombre pressanti di noi rimorti, che ci potrai fare di quelle energie finite, di tutte quelle frasi storiche da dopocena; consumato per sempre il tempo di sole e ferite, basta vivere appena, basta vivere appena. Ed ora viviamo in questa stagione di mezzo, spaccata e offesa da giorni agonizzanti e disperati, lungo i quali anche i migliori si danno un prezzo e ti si seccano attorno i vecchi amori sciagurati, dove senza più storia giriamo il mondo ricercando soltanto un momento sincero col desiderio inconscio di arrivare più in fondo per essere più vero. Ma dove sono andate quelle piogge d'aprile? Io qui le aspetto come uno schiaffo improvviso come un gesto, un urlo o un umore sottile fino ad esserne intriso, io chiedo che cadano ancora sul mio orizzonte angusto e avaro di queste voglie corsare, per darmi un'occasione ladra, un infinito, un ponte, per ricominciare.

Le ragazze della notte

Che cosa cercano le ragazze della notte, trucco e toilettes che si spanpànano piano come il ghiaccio va in acqua dentro al tumbler squagliandosi col caldo della mano, e frugano con gli occhi per vedere un viso o un'ombra nell'oscurità o per trovare qualcuno a cui ripetere le frasi solite di quell'umanità. Ma chi aspettano le ragazze della notte in quei bar zuppi di alcolici e fiati, di uomini vocianti che strascinano pacchi di soldi forse male guadagnati, le vedi appendersi adoranti e innaturali a quei califfi cui non darei una lira; chissà se sognano vite più normali mentre la notte gira gira gira. E si mettono a cantare un po' stonate quando qualcuno va a picchiare un piano, canzoni vecchie, storie disperate, gli amori in rima di un tempo già lontano e si immedesimano in quelle parole scritte per altre tanto tempo fa, bella senz'anima, quando tramonta il sole suona un'armonica, ne me quitte pas. Cosa dicono le ragazze della notte a quei baristi ruffiani e discreti che si chinano preteschi sul bancone per confessare chissà quali segreti e poi guardano in controluce un bicchiere e agili danzano versando un liquore; quanto da dire, e quanto c'è da bere mentre la notte macina le ore. Come amo le ragazze della notte così simili a me, cosi diverse noi passeggeri di treni paralleli piccoli eroi delle occasioni perse, anche se so che non ci incontreremo ma solamente ci guardiamo passare, anche se so che mai noi ci ameremo col rimpianto di non poterci amare. Finchè anche dai vetri affumicati spinge la luce ed entra all'improvviso e autobus gonfi di sonni arretrati passano ottusi nel mattino intriso di edicole che espongono i giornali pieni di fatti che sappiamo già, di cappucci e brioche e dei normali rumori che ha al mattino una città. Ma dove vanno le ragazze della notte che all'alba fuggono complice un tassi, stanche di tanto, piene del rimorso d'avere forse detto troppi si, ma lo scacciano presto ed entra in loro solo un filo di spossatezza leggera, che le accompagnerà lungo il lavoro, che condurrà diritto fino a sera. Ma chi sono le ragazze della notte...

Non bisognerebbe
Non bisognerebbe mai ritornare. Perchè calcare i tuoi vecchi passi, calciare gli stessi sassi, su strade che ti han visto già a occhi bassi? Non troverai quell'ombra che eri tu e non avrai quell'ora in più che hai dissipato e che ora cerchi; si scioglierà impossibile il pensiero a rimestare il falso e il vero in improbabili universi. Eppure come un cane che alza il muso e annusa l'aria batti sempre la tua pista solitaria e faccia dopo faccia e ancora traccia dopo traccia torni dove niente ti aprirà le braccia. E rimpiangere, rimpiangere mai. Come piovigginano le vecchie cose: perchè fra i libri schiacciare rose di risa paghe e piene delle spose? E buttar via un incognita e uno scopo, trascurare il giorno dopo come se chiudesse sempre; studiar la stessa pagina di storia conosciuta già a memoria, date e luoghi impressi a mente. Ma gocciola da sempre sul bagnato, tesoriere dei tuoi giorni, di chi ha preso e di chi ha dato. E ora dopo ora e dopo un attimo ed ancora la poetica consueta è "dell'allora". Primo: Non ricordare. Perchè i ricordi sono falsati, i metri e i cambi sono mutati per la spietata legge dei mercati. E' come equilibrarsi sugli specchi, ad ogni occhiata un po' più vecchi, opachi, muti e deformanti. Frugare dentro ai soliti cassetti dove non c'è quel che ci metti e mai le cose più importanti. E invece come tutti sempre li a portarli addosso, a ricercare quel sottile straccio rosso che lega il tempo assente ed il presente e nella mente tutto questo poi ci si confonderà.

Parole
Parole, son parole, e quante ormai ne ho adoperate e quante ancora lette e poi sentite, a raffica, trasmesse, a mano tesa, sussurrate, sputate, a tanti giri, riverite, adatte alla mattina, messe in abito da sera, all'osteria citabili o a Cortina, o a Marghera. Con gioia di parole ci riempiamo le mascelle e in aria le facciamo rimbalzare e se le cento usate sono in fondo sempre quelle non è importante poi comunicare, è come l'uomo solo che fischietta dal terrore e vuole ne silenzio udire un suono, far rumore. Mio caro amore si è un po' come commessi viaggiatori con campionari di parole e umori a ritmi di trecento e più al minuto; amore muto beati i letterari marinai così sul taciturno e cerca guai così inventati e pieni di coraggio. Io non son quei marinai, parole in rima ne ho già dette (e tante, strano, ma ne faccio dire) nostalgiche, incazzate, quanto basta maledette, ironiche quel tanto per servire a grattarsi un po' la rogna, soffocati dal collare adatto per i cani o per la gogna del giullare. Poi andare sopra un palco per compenso o l'emozione: chi non ha mai sognato di provare ? Sia chi ha capito tutto e tutto sa per professione ed ha un orgasmo a scrivere o a fischiare, sia quelli che ti adorano fedeli e senza intoppi, coi santi non si scherza, abbasso il Milan, viva Coppi! Amore sappi, beato chi ha le musiche importanti, le orchestre, luci e viole sviolinanti, non queste mie di fil di ferro e spago; amore vago, mi tocca coi miei due giri costanti far il make-up a metonìmie erranti: che gaffe proprio all'età della ragione. E sì son tanti gli anni, ma se guardo ancora pochi Voltaire non ci ha insegnato ancora niente, è questo quel periodo in cui i ruggiti si fan fiochi oppure si ruggisce veramente ed io del topo sovrastrutturale me ne frego; chi sia Voltaire mi dite? va be', dopo ve lo spiego. E se pensate questi i vaniloqui di un anziano lo ammetto, ma mettiamoci d'accordo conosco gente pia, gente che sa guardar lontano e alla maturità dicon sia sordo perchè i rincoglioniti d'ogni parte odian parechio la libertà e la chiamano "vagiti", o "ostie" d'un vecchio. Amore a specchio, è tanto bello urlare dagli schermi, gettare a terra falsi pachidermi coprendo ad urla il vuoto ed il timore. Qui sul mio onore, smetterei di giocar con le parole ma è un vizio antico e poi quando ci vuole per la battuta mi farei spellare. Eee, le chiacchere son tante e se ne fan continuamente, è tanto bello dar fiato alle trombe o il vino o robe esotiche rimbomban nella mente esplodono parole come bombe, pillacchere di fango, poesie dette sulla sedia, ghirlande di semantica e gran tango dei mass-media. Dibattito, dal vivo, miti spot, ex-cineforum talk-show, magazine, trend, poi T.V. e radio telegiornale, spazi, nuovo, gadget, pista, quorum dietrismo, le tangenti, rock e stadio, deviati, bombe, agenti, buco e forza del destino, scazzato, paranoia e gran minestra dello spino. Amore fino, lo so che in questo modo cerco guai ma non sopporto questi parolai non dire più che ci son dentro anch'io, amore mio se il gioco è essere furbo e intelligente ti voglio presentare della gente e certamente presto capirai. Ci sono, sai, nascosti dietro a pieghe di risate che tiran giù i palazzi dei coglioni, più sobri e più discreti e che fan meno puttanate di me che scrivo in rima le canzoni, i clown senza illusioni, fucilati ad ogni muro, se stan così le cose dei buffoni sia il futuro. Son quelli che distinguono parole da parole e sanno sceglier fra Mercuzio e Mina, che fanno i giocolieri fra la verità e le mode, i Franti che sghignazzano a dottrina, che irridono ai proverbi e berceran disincantati: "Fra Mina e fra Mercuzio son parole, e non son frati".

Per fare un uomo
E cade la pioggia e cambia ogni cosa la morte e la vita non cambiano mai non cambiano mai l'inverno è tornato l'estate è finita la morte e la vita rimangono uguali. Per fare un uomo ci voglion vent'anni per fare un bimbo un'ora d'amore per una vita migliaia di ore per il dolore è abbastanza un minuto. E verrà il tempo di dire parole quando la vita una vita darà e verrà il tempo di fare l'amore quando l'inverno più a nord se ne andrà. Poi andremo via come fanno gli uccelli che dove vanno nessuno lo sa ma verrà un tempo e quel cielo vedremo quando l'inverno dal nord tornerà. E cade la pioggia e cambia ogni cosa la morte e la vita non cambiano mai l'estate è passata l'inverno è alle porte la vita e la morte rimangono uguali.

Scirocco
Ricordi? Le strade erano piene di quel lucido scirocco che trasforma una realtà abusata e la rende irreale, sembravano alzarsi le torri in un largo gesto barocco e in via dei Giudei volavano velieri, come in un porto canale. Tu, dietro al vetro di un bar impersonale, seduta a un tavolo da poeta francese, con la tua solita faccia aperta ai dubbi e un po' di rosso routine dentro al bicchiere; pensai d'entrare per stare insieme a bere e a chiaccherare di nubi. Ma lei arrivò affrettata, danzando nella rosa di un abito di percalle che le fasciava i fianchi, e cominciò a parlare, ed ordinò qualcosa, mentre nel cielo rinnovato correvano le nubi a branchi e le lacrime si unirono al latte di quel tè e le mani disegnavano sogni e certezze, ma io sapevo come ti sentivi schiacciato tra lei e quell'altra che non sapevi lasciare, tra i tuoi due figli e l'una e l'altra morale; come sembravi inchiodato. Lei si alzò , con un gesto finale, poi andò via, senza voltarsi indietro, mentre quel vento la riempiva di ricordi impossibili, di confusioni e immagini. Lui restò , come chi non sa proprio cosa fare, cercando ancora chissà quale soluzione, ma è meglio poi, un giorno solo da ricordare che ricadere in una nuova realtà sempre identica. Ora non so davvero dove lei sia finita, se ha partorito un figlio o come inventa le sere; lui abita da solo e divide la vita tra il lavoro, versi inutili e la routine di un bicchiere. Soffiasse davvero quel vento di scirocco e arrivasse ogni giorno per spingere a guardare dietro la faccia abusata delle cose, nei labirinti oscuri delle case, dentro lo specchio segreto di ogni viso .... dentro di noi.

Stelle
Ma guarda quante stelle questa sera fino alla linea curva d'orizzonte, ellissi cieca e sorda del mistero là dietro al monte ; si fingono animali favolosi, pescatori che lanciano le reti, re barbari o cavalli corridori lungo i pianeti e sembrano invitarci da lontano per svelarci il mistero delle cose o spiegarci che sempre camminiamo fra morte e rose o confonderci tutto e ricordarci che siamo poco, che non siamo niente e che è solo un pulsare illimitato ma indifferente. Ma guarda quante stelle su nel cielo sparse in incalcolabile cammino ; tu credi che disegnino la traccia del destino ? e che la nostra vita resti appesa a un nastro tenue di costellazioni per stringerci in un laccio e regalarci sogni e visioni, tutto sia scritto in chiavi misteriose, effemeridi che guidano ogni azione, lasciandosi soltanto il vano filtro dell'illusione e che l'ambiguo segno dei Gemelli governi il corso della mia stagione scontrandosi e incontrandosi nel cielo dello Scorpione ? Ma guarda quante stelle sterminate : che senso avranno mai ? Che senso abbiamo ? Sembrano dirci in questa fine estate : siamo e non siamo e che corriamo come il Sagittario tirando frecce a simboli bastardi, antiche bestie, errore visionario, segni bugiardi. C'erano ancora prima del respiro, ci saranno alla nostra dipartita, forse fanno ballare appesa a un filo la nostra vita e in tutto quel chiarore sterminato, dove ogni lontananza si disperde, guardando quel silenzio smisurato l'uomo si perde.

Talkin' sul sesso Se c'è una cosa di moda adesso, fatto sicuro è proprio il sesso anche Alighieri col sesso prendo, e la "Divina Commedia" a dispense vendo: "la carne in fiamme" "peccatori e peccatrici" "sensazioni paradisiache". Comunque alla scuola media statale hanno iniziato un piano di educazione sessuale sembra impossibile, eppure è vero, ed è voluto dal ministero. Non ci credete? Andate e vedete, hanno già stanziato due miliardi per comprare i cavoli. Ma questo fatto dell'educazione sessuale non è ben visto dalla nazione; morte alla pillola atea e nociva! Per l'aspirina si gridi evviva. [Che poi fa lo stesso effetto, Non bisogna prenderla prima o dopo; bisogna prenderla invece! E passano anche quei noiosi mal di testa]. Italia per bene, ti sveglia, ti desta, intendi l'orecchio, solleva la testa! I giovani d'oggi han scoperto (oh vergogna!) chi porta i bambini, non è la cicogna! [Fatto anticattolico e comunista!] Il mistero delle cicogne è in crisi!] Ho visto in giro un pio proclama che al religioso buon senso chiama. Fare l'amore fa male al cuore! Dov'entra il sesso, entra il dottore! E non si parli di antifecondativi! I bimbi nascono sotto i cavoli! [Al massimo di anticrittogamici!] Ma la corruzione quand'è iniziata non c'è più niente che può fermarla; tutti di sesso siamo ammalati, ed al divorzio si è già arrivati! [Ciò che dio unisce l'uomo non sciolga! È molto meglio un pio colpo di pistola, che col fatto del delitto d'onore dopo un mese e mezzo sei fuori!] E quindi uniamoci gridando al mondo a morte il sesso serpente immondo! Basta l'amore! Fate la guerra! [Sano rimedio per questa terra] Non più sovrappopolazione! Non più divorzi! La coscienza è a posto! E ci penseranno i superstiti.

Tango per due
Coppia che sta silenziosa, un po' rigida e in posa, a ballare, una sera: la vita è solo una cosa rimasta indietro non c'è più ma c'era; composta e indomenicata, eleganza sfuocata raggiunta a fatica l'oggi ha cambiato facciata, ma di quell'ieri passato io so che tante ne potreste raccontare, e il ricordo stempera e non guasta, quante cose e facce da narrare che come si dice un romanzo non basta, nate con un rapido: 'a domani', continuate in giorni di 'si' e 'no' lampi sotto cieli suburbani e raffica il tango che vi presentò. Lui biella, stantuffo, leva, muscoli, grinta, officina, sole, lei quiete, chitarra, vela, segreti, donna, calore, viole, lui bar, alcol ,nicotina, capelli indietro, cravatta, bici, lei ràion, lei signorina, la permanente coi ricci. Coppia di fronte a bianchino, anonimo vino frizzante anidride: la vita che buffa cosa, ma se lo dici nessuno ride. Coppia legata dai giorni, partenze e ritorni, fortezza e catena, datemi i vostri ricordi, ditemi che ne valeva la pena. Ora le luci son spente, sta uscendo la gente, saluti e rumore, ditemi che avete in mente, come una volta, di fare l'amore, quello che è stato un segreto di un prato o di un greto, del buio d'un viale, quel gioco ardente e discreto, d'allora sempre diverso ed uguale... chi lo sa se ciò che è da cercare, ciò che non sai mai se vuoi o non vuoi, sia così banale da trovare, sia lungo ogni strada, sia a fianco di noi, perso in tante scatole di odori, angoli e tendine che non so impronte di paesaggi e di colori, manciata di un tango che vi accompagnò.

Lui... Lei, lei...
Ti ricordi quei giorni Ti ricordi quei giorni? Uscimmo dopo le canzoni per camminare piano. Ti ricordi quei giorni? Gli amici bevevano vino, qualcuno parlava e rideva, noi quasi lontano, vicino a te vicino a me e ci parlammo, ognuno per lasciare qualcosa, per avere qualcosa, per creare qualcosa. Ti ricordi quei giorni? I tuoi occhi si incupivano, il tuo viso si arrossava e ti stringevi a me nella mia stanza (quasi un respiro) e mi dicesti: Basta... perchè non voglio guardarti... perchè ho paura ad amarti..." e dicesti, e dicesti, e dicesti... Le tue parole quasi io non ricordo più e nemmeno tu ricordi niente. Ora dove sei, e che gente vede il tuo viso e ascolta le tue parole leggere, le tue sciocchezze leggere, le tue lacrime leggere, come una volta? Che cosa dici ora quando qualcuno ti abbraccia e tu nascondi la faccia, e tu alzi fiera la faccia e guardi diritto in faccia come allora? Qui un poco piove, un poco il sole; aspettiamo ogni giorno che questa estate finisca che ogni incertezza svanisca... e tu? Non ricordo più che voce hai. Che cosa fai? lo non credo davvero che quel tempo ritorni ma ricordo quei giorni...

Vorrei
Vorrei conoscer l'odore del tuo paese, camminare di casa nel tuo giardino, respirare nell'aria sale e maggese, gli aromi della tua salvia e del rosmarino. Vorrei che tutti gli anziani mi salutassero parlando con me del tempo o dei giorni andati, vorrei che gli amici tuoi tutti mi parlassero come se amici fossimo sempre stati. Vorrei incontrare le pietre, le strade, gli usci, i ciuffi di parietaria attaccati ai muri, le strisce delle lumache nei loro gusci, capire i giochi di sguardi dietro agli scuri e lo vorrei perché non sono quando non ci sei e resto solo coi pensieri miei, ed io... Vorrei con te da solo sempre viaggiare, scoprire quello che intorno c'è da scoprire per raccontarti e poi farmi raccontare il senso di un rabbuiarsi e del tuo gioire; vorrei tornare nei posti dove son stato, spiegarti di quanto tutto sia poi diverso per farmi da te spiegare cos'è cambiato e quale sapore nuovo abbia l'universo. Vedere di nuovo Istanbul o Barcellona o il mare di una remota spiaggia cubana o un greppe dell'appennino dove risuona fra gli alberi un'usata e semplice tramontana e lo vorrei perché non sono quando non ci sei e resto solo coi pensieri miei, ed io... Vorrei restare per sempre in un posto solo per ascoltare il suono del tuo parlare e guardare stupito il lancio, la grazia, il volo impliciti dentro al semplice tuo camminare e restare in silenzio al suono della tua voce o parlare, parlare, parlare, parlarmi addosso dimenticando il tempo troppo veloce o nascondere in due sciocchezze che son commosso. Vorrei cantare il canto delle tue mani, giocare con te un eterno gioco proibito che l'oggi restasse oggi senza domani o domani potesse tendere all'infinito. e lo vorrei perché non sono quando non ci sei e resto solo coi pensieri miei, ed io...