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Da "La divina commedia, Inferno, Canto V"
I' cominciai: "Poeta, volontieri parlerei a
quei due che 'nsieme vanno, e paion sì al vento esser leggeri".
Ed elli a me: "Vedrai quando saranno più presso
a noi; e tu allor li priega per quello amor che i mena, ed ei verranno".
Sì tosto come il vento a noi li piega, mossi
la voce: "O anime affannate, venite a noi parlar, s'altri nol niega!".
Quali colombe dal disio chiamate con l'ali alzate
e ferme al dolce nido vegnon per l'aere dal voler portate;
cotali uscir de la schiera ov'è Dido, a noi
venendo per l'aere maligno, sì forte fu l'affettuoso grido.
"O animal grazioso e benigno che visitando vai
per l'aere perso noi che tignemmo il mondo di sanguigno,
se fosse amico il re de l'universo, noi pregheremmo
lui de la tua pace, poi c'hai pietà del nostro mal perverso.
Di quel che udire e che parlar vi piace, noi
udiremo e parleremo a voi, mentre che 'l vento, come fa, ci tace.
Siede la terra dove nata fui su la marina dove
'l Po discende per aver pace co' seguaci sui.
Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende prese
costui de la bella persona che mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende.
Amor, ch'a nullo amato amar perdona, mi prese
del costui piacer sì forte, che, come vedi, ancor non m'abbandona.
Amor condusse noi ad una morte: Caina attende
chi a vita ci spense". Queste parole da lor ci fuor porte.
Quand'io intesi quell'anime offense, china'
il viso e tanto il tenni basso, fin che 'l poeta mi disse: "Che pense?".
Quando rispuosi, cominciai: "Oh lasso, quanti
dolci pensier, quanto disio menò costoro al doloroso passo!".
Poi mi rivolsi a loro e parla' io, e cominciai:
"Francesca, i tuoi martìri a lagrimar mi fanno tristo e pio.
Ma dimmi: al tempo d'i dolci sospiri, a che
e come concedette Amore che conosceste i dubbiosi disiri?".
E quella a me: "Nessun maggior dolore che ricordarsi
del tempo felice ne la miseria; e ciò sa 'l tuo dottore.
Ma s'a conoscer la prima radice del nostro amor
tu hai cotanto affetto, dirò come colui che piange e dice.
Noi leggiavamo un giorno per diletto di Lancialotto
come amor lo strinse; soli eravamo e sanza alcun sospetto.
Per più fiate li occhi ci sospinse quella lettura,
e scolorocci il viso; ma solo un punto fu quel che ci vinse.
Quando leggemmo il disiato riso esser basciato
da cotanto amante, questi, che mai da me non fia diviso,
la bocca mi basciò tutto tremante. Galeotto
fu 'l libro e chi lo scrisse: quel giorno più non vi leggemmo avante".
Mentre che l'uno spirto questo disse, l'altro
piangea; sì che di pietade io venni men così com'io morisse.
E caddi come corpo morto cade.
Inferno: Canto VI
Al tornar de la mente, che si chiuse dinanzi
a la pietà d'i due cognati, che di trestizia tutto mi confuse,
novi tormenti e novi tormentati mi veggio intorno,
come ch'io mi mova e ch'io mi volga, e come che io guati.
Io sono al terzo cerchio, de la piova etterna,
maladetta, fredda e greve; regola e qualità mai non l'è nova.
Grandine grossa, acqua tinta e neve per l'aere
tenebroso si riversa; pute la terra che questo riceve.
Cerbero, fiera crudele e diversa, con tre gole
caninamente latra sovra la gente che quivi è sommersa.
Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra,
e 'l ventre largo, e unghiate le mani; graffia li spirti, iscoia ed isquatra.
Urlar li fa la pioggia come cani; de l'un de'
lati fanno a l'altro schermo; volgonsi spesso i miseri profani.
Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo, le
bocche aperse e mostrocci le sanne; non avea membro che tenesse fermo.
E 'l duca mio distese le sue spanne, prese la
terra, e con piene le pugna la gittò dentro a le bramose canne.
Qual è quel cane ch'abbaiando agogna, e si racqueta
poi che 'l pasto morde, ché solo a divorarlo intende e pugna,
cotai si fecer quelle facce lorde de lo demonio
Cerbero, che 'ntrona l'anime sì, ch'esser vorrebber sorde.
Noi passavam su per l'ombre che adona la greve
pioggia, e ponavam le piante sovra lor vanità che par persona.
Elle giacean per terra tutte quante, fuor d'una
ch'a seder si levò, ratto ch'ella ci vide passarsi davante.
"O tu che se' per questo 'nferno tratto", mi
disse, "riconoscimi, se sai: tu fosti, prima ch'io disfatto, fatto".
E io a lui: "L'angoscia che tu hai forse ti
tira fuor de la mia mente, sì che non par ch'i' ti vedessi mai.
Ma dimmi chi tu se' che 'n sì dolente loco se'
messo e hai sì fatta pena, che, s'altra è maggio, nulla è sì spiacente".
Ed elli a me: "La tua città, ch'è piena d'invidia
sì che già trabocca il sacco, seco mi tenne in la vita serena.
Voi cittadini mi chiamaste Ciacco: per la dannosa
colpa de la gola, come tu vedi, a la pioggia mi fiacco.
E io anima trista non son sola, ché tutte queste
a simil pena stanno per simil colpa". E più non fé parola.
Io li rispuosi: "Ciacco, il tuo affanno mi pesa
sì, ch'a lagrimar mi 'nvita; ma dimmi, se tu sai, a che verranno
li cittadin de la città partita; s'alcun v'è
giusto; e dimmi la cagione per che l'ha tanta discordia assalita".
E quelli a me: "Dopo lunga tencione verranno
al sangue, e la parte selvaggia caccerà l'altra con molta offensione.
Poi appresso convien che questa caggia infra
tre soli, e che l'altra sormonti con la forza di tal che testé piaggia.
Alte terrà lungo tempo le fronti, tenendo l'altra
sotto gravi pesi, come che di ciò pianga o che n'aonti.
Giusti son due, e non vi sono intesi; superbia,
invidia e avarizia sono le tre faville c'hanno i cuori accesi".
Qui puose fine al lagrimabil suono. E io a lui:
"Ancor vo' che mi 'nsegni, e che di più parlar mi facci dono.
Farinata e 'l Tegghiaio, che fuor sì degni,
Iacopo Rusticucci, Arrigo e 'l Mosca e li altri ch'a ben far puoser li
'ngegni,
dimmi ove sono e fa ch'io li conosca; ché gran
disio mi stringe di savere se 'l ciel li addolcia, o lo 'nferno li attosca".
E quelli: "Ei son tra l'anime più nere: diverse
colpe giù li grava al fondo: se tanto scendi, là i potrai vedere.
Ma quando tu sarai nel dolce mondo, priegoti
ch'a la mente altrui mi rechi: più non ti dico e più non ti rispondo".
Li diritti occhi torse allora in biechi; guardommi
un poco, e poi chinò la testa: cadde con essa a par de li altri ciechi.
E 'l duca disse a me: "Più non si desta di qua
dal suon de l'angelica tromba, quando verrà la nimica podesta:
ciascun rivederà la trista tomba, ripiglierà
sua carne e sua figura, udirà quel ch'in etterno rimbomba".
Sì trapassammo per sozza mistura de l'ombre
e de la pioggia, a passi lenti, toccando un poco la vita futura;
per ch'io dissi: "Maestro, esti tormenti crescerann'ei
dopo la gran sentenza, o fier minori, o saran sì cocenti?".
Ed elli a me: "Ritorna a tua scienza, che vuol,
quanto la cosa è più perfetta, più senta il bene, e così la doglienza.
Tutto che questa gente maladetta in vera perfezion
già mai non vada, di là più che di qua essere aspetta".
Noi aggirammo a tondo quella strada, parlando
più assai ch'i' non ridico; venimmo al punto dove si digrada:
quivi trovammo Pluto, il gran nemico.
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Luna Fortuna
Notte calda come tante vicino al fiume che canta, aria piena del barlume
di un lume fioco in distanza e di lucciole sfuggenti di cui la notte si
ammanta. E si ammanta di fantasmi o di un ricordo lontano, mentre al buio
della notte che mi trascina per mano cerco i segni delle piante che mi
circondano piano. Piano, all'ombra della notte, mi sembri fatta di fumo,
sento appena il tuo calore ed il tuo strano profumo con l'odore del tuo
corpo e in questo io mi consumo. Ma dal monte all'improvviso spunta la
bianca luna e ogni cosa in un istante schiarisce e non è più bruna; questa
luna esagerata ci procurerà fortuna. La fortuna di un amante è un fiore
d'esile stelo, una favola inquietante, fugace e fragile velo, il respiro
di un istante che scomparirà nel cielo. Cielo e luce all'infinito come
se fosse di giorno, mondo magico e fiorito che mi risplende d'intorno,
io ti sfoglio con le dita e indovino il tuo contorno. Il contorno del
tuo corpo ora si è fatto reale è qualcosa bianco e vero, bello da far
quasi male, e si insinua in un pensiero che all'improvviso mi assale:
contro il cielo trasformato sorride un'altra luna, ma io so qual è la
vera, l'altra non è più nessuna, questa nuova luna piena mi procurerà
fortuna.
Bisanzio
Anche per questa sera la luna è sorta affogata in un colore troppo rosso
e vago. Vespero non si vede, si è offuscata, la punta dello stilo si è
spezzata. Che oroscopo sai trarre questa sera, Mago? Io Filemazio, protomedico
matematico astronomo, forse saggio. Ridotto come un cieco a brancicare
attorno, non ho la conoscenza, od il coraggio per fare quest'oroscopo,
per divinar responso, e resto qui ad aspettare che ritorni giorno e devo
dire, devo dire, che sono forse troppo vecchio per capire che ho perso
la mia mente in chissà quale abuso, od ozio, ma stan mutando gli astri
nelle notti d'equinozio. O forse io, forse io, ho sottovalutato questo
nuovo dio, ma vedo in me e nei segni che qualcosa sta cambiando, ma è
un debole presagio che non dice come e quando... Me ne andavo l'altra
sera quasi inconsciamente giù al porto Bosphoreion là dove si perde la
terra dentro al mare fino quasi al niente e poi ritorna terra ma non è
più occidente. Che importa a questo mare se essere azzurro o verde? Sentivo
i canti osceni degli avvinazzati di gente dallo sguardo avviluppato e
vuoto ippodromo bordello, e nordici soldati Romani e Greci urlate, dove
siete andati... Sentivo bestemmiare in Alamanno e in Goto... Città assurda,
città strana... Di quest'imperatore sposo di puttana, di plebi smisurate,
labirinti ed empietà di barbari che forse sanno già la verità. Di filosofi,
e di etere, sospesa tra due mondi, e tra due ere Fortuna e età han deciso
per un giorno non lontano, ma il fato chiederebbe che scegliesse la mia
mano, ma... Bisanzio è forse solo un simbolo insondabile crudele e ambiguo,
come questa vita Bisanzio è un mondo che non mi è consueto Bisanzio è
un sogno che si fa incompleto. Forse Bisanzio non è mai esistita e ora
è giorno, e un'altra notte è andata Lucifero è già sorta, e si alza un
po' di vento è freddo sulla torre, o è l'età mia malata confondo vita
e morte, non so chi è passata mi copro con la testa il capo e più non
sento, e mi addormento mi addormento mi addormento.
Bologna
Bologna è una vecchia signora dai fianchi un po' molli col seno sul piano
padano ed il culo sui colli Bologna arrogante e papale Bologna la rossa
e fetale Bologna la grassa e l'umana, già un poco Romagna e in odor di
Toscana. Bologna per me provinciale Parigi minore mercati all'aperto,
bistrots della "rive gauche" l'odore con Sartre che pontificava, Baudlaire
fra l'assenzio cantava ed io, modenese volgare, a sudarmi un amore, fosse
pure ancillare. Però che boheme confortevole, giocata fra casa e osterie
quando a ogni bicchiere rimbalzano le filosofie oh, come eravamo poetici,
ma senza pudore o paura e i vecchi "imbariaghi" sembravano la letteratura
oh, quanto eravam tutti artistici, ma senza pudore o vergogna cullati
fra i portici-cosce di mamma Bologna. Bologna è una donna emiliana di
zigomo forte, Bologna capace d'amore, capace di morte che sa quel che
conta e che vale che sa dov'è il sugo del sale che valuta il giusto la
vita, e che sa stare in piedi per quanto colpita. Bologna è una ricca
signora che fu contadina benessere, ville, gioielli e salami in vetrina
che sa che l'odor di miseria da mandare giù è cosa seria e vuole sentirsi
sicura con quello che ha addosso, perchè sa la paura. Lo sprechi il tuo
odor di benessere però con lo strano binomio dei morti per sogni davanti
al tuo Santo Petronio e i tuoi bolognesi, se esistono, ci sono od ormai
si son persi confusi e legati a migliaia di mondi diversi? ma quante parole
ti cantano, cullando i clichè della gente cantando canzoni che è come
cantare di niente. Bologna è una strana signora, volgare e matrona Bologna
bambina per bene, Bologna busona Bologna ombelico di tutto, mi spingi
a un singhiozzo e ad un rutto rimorso per quel che mi hai dato, che è
quasi ricordo, e in odor di passato.
Canzone delle colombe e del fiore
Amore, se fossi aria, le tue rondini vorrei, per guardarmele ogni minuto
e farle volare negli occhi miei ; quelle rondini bianche e nere che anche
mute dicono tanto : tutta la gioia di mille sere ed un momento solo di
pianto. Amore, mai sarò stanco di bermi tutto il tuo miele ; quando ridi
o quando mi parli in me si gonfiano mille vele ; quando un sogno od un
tuo segreto ti fan seria e sembri rubata, guizzan pesci fra i tuoi due
fiori, rivive l'anima mia assetata. Amore, pensa se avessi una torre colombaria,
per far posare le tue due colombe stanche di volare in aria ; vederle
alzarsi dritte nel cielo e atterrare fra le mie mani per carezzarle dentro
ai miei oggi e baciarle fino a domani. Amore, nel mio giardino vorrei
fiorisse la tua rosa, perché l'anima mia si perda dove il corpo rinasce
e riposa ; quella rosa di primavera sempre rorida di rugiada, misteriosa
come la sera balenante come una spada. Amore colomba fiore, amore fragile
e forte, sfrontatezza e pudore, compagna di gioia e sorte, sapore amaro
e dolcezza, con l'arcobaleno fra le dita, vorrei perdermi nel tuo respiro,
vorrei offrirti questa mia vita.
Canzone delle domande consuete
Ancora qui a domandarsi e a far finta di niente come se il tempo per noi
non costasse l'uguale, come se il tempo passato ed il tempo presente non
avessero stessa amarezza di sale. Tu non sai le domande, ma non risponderei
per non strascinare le parole in linguaggio d'azzardo; eri bella, lo so,
e che bella che sei; dicon tanto un silenzio e uno sguardo. Se ci sono
non so cosa sono e se vuoi quel che sono o sarei, quel che sarò domani...
non parlare non dire più niente se puoi, lascia farlo ai tuoi occhi alle
mani. Non andare... vai. Non restare...stai. Non parlare... parlami di
te. Tu lo sai, io lo so, quanto vanno disperse, trascinate dai giorni
come piena di fiume tante cose sembrate e credute diverse come un prato
coperto a bitume. Rimanere così, annaspare nel niente, custodire i ricordi,
carezzare le età; è uno stallo o un rifiuto crudele e incosciente del
diritto alla felicità? Se ci sei, cosa sei? Cosa pensi e perché? Non lo
so, non lo sai; siamo qui o lontani? Esser tutto, un momento, ma dentro
di te. Aver tutto, ma non il domani. Non andare... vai. Non restare...stai.
Non parlare... parlami di te. E siamo qui, spogli, in questa stagione
che unisce tutto ciò che sta fermo, tutto ciò che si muove; non so dire
se nasce un periodo o finisce, se dal cielo ora piove o non piove, pronto
a dire "buongiorno", a rispondere "bene" a sorridere a "salve", dire anch'io
"come va?" Non c'è vento stasera. Siamo o non siamo assieme? Fuori c'è
ancora una città? Se c'è ancora balliamoci dentro stasera, con gli amici
cantiamo una nuova canzone... ...tanti anni, e sono qui ad aspettar primavera
tanti anni, ed ancora in pallone Non andare... vai. Non restare...stai.
Non parlare... parlami di te. Non andare... vai. Non restare...stai. Non
parlare... parlami di noi.
Canzone di notte n. 2
E' un'altra volta è notte e suono Non so nemmeno io per che motivo, forse
perché son vivo E voglio in questo modo dire "Sono" O forse perché è un
modo pure questo Per non andare a letto O forse perché ancora c'è da bere
E mi riempio il bicchiere E l'eco si è smorzato appena delle risate fatte
con gli amici, dei brindisi felici In cui ciascuno chiude la sua pena
In cui ciascuno non è come adesso da solo con sè stesso A dir "Dove ho
mancato e dove è stato" A dir "Dove ho sbagliato" Eppure fa piacere a
sera Andarsene per strade ed osterie, vino e malinconie E due canzoni
fatte alla leggera In cui gridando celi il desiderio Che sian presi sul
serio Il fatto che sei triste o che t'annoi E tutti i dubbi tuoi Ma i
moralisti han chiuso i bar E le morali han chiuso i vostri cuori E spento
i vostri ardori È bello, ritornar normalità È facile tornare con le tante
Stanche pecore bianche. Scusate, non mi lego a questa schiera: Morrò pecora
nera. Saranno cose già sentite O scritte sopra un metro un po' stantio,
Ma intanto questo è mio E poi, voi queste cose non le dite Poi certo per
chi non è abituato Pensare è sconsigliato Poi è bene essere un poco diffidente
Per chi è un po' differente Ma adesso avete voi il potere Adesso avete
voi supremazia, diritto e Polizia Gli dei, i comandamenti ed il dovere
Purtroppo non so come siete in tanti E molti qui davanti Ignorano quel
tarlo mai sincero Che chiamano "Pensiero" Però non siate preoccupati Noi
siamo gente che finisce male: galera od ospedale Gli anarchici li han
sempre bastonati E il libertario è sempre controllato Dal clero, dallo
stato Non scampa, fra chi veste da parata Chi veste una risata O forse
non è qui il problema, E ognuno vive dentro ai suoi egoismi Vestiti di
sofismi E ognuno costruisce il suo sistema Di piccoli rancori irrazionali,
Di cosmi personali Scordando che poi infine tutti avremo Due metri di
terreno E un'altra volta è notte e suono Non so nemmeno io per che motivo
Forse perché son vivo O forse per sentirmi meno solo O forse perché è
notte e vivo strani Fantasmi e sogni vani Che danno quell'ipocondria ben
nota Poi... la bottiglia è vuota
Canzone di notte n. 3
Esistenza, che stai qui di contrabbando, come un ladro sempre pronta per
fuggire, ogni età chiude in sè i crismi dello sbando sbaglio è intuire
coi suoi giochi di carambola e rimando prendere e offrire ma si muoia
solo un po' di quando in quando ma sia poco a poco che si va a morire.
Ogni giorno è un altro giorno regalato ogni notte un buco nero da riempire
ma per quanto non l'ho mai visto colmato così per dire resta solo l'urlo
solito gridato tentare agire ma si pianga solo un po' perché è un peccato,
e si rida poi sul come andrà a finire. Lo capisco se mi prendi per le
mele ma ci passo sopra gioco e non mi arrendo ogni giorno riapro i vetri
e alzo le vele se posso prendo. Quando perdo non sto lì a mandar giù fiele,
e non mi svendo e poi perdere ogni tanto ci ha il suo miele e se dicono
che vinco stan mentendo, perché quelle poche volte che busso a bastoni
mi rispondono con spade o con denari la ragione diamo, e il vincere ai
coglioni, oppure ai bari resteremo sempre a un punto dai campioni tredici
è pari ma si perda perché siam tre volte buoni, e si vinca solo in sogni
straordinari. Ah quei sogni, ah quelle forze del destino che chi conta
spingerebbe a rinnegare ci hanno detto di non fare più casino non disturbare
canteremo solo in modo clandestino senza vociare poi ghignando ce ne andremo
pian pianino per sederci lungo il fiume ad aspettare... Quello che mi
gira in testa questa notte son tornato, incerta amica, a riferire, noi
immergenti, noi con fedi ed ossa rotte, lasciamo dire ne abbiam visti
geni e maghi uscire a frotte per scomparire noi, se si muore solo un po'
chi se ne fotte ma sia molto tardi che si va a dormire.
Cirano
Venite pure avanti, voi con il naso corto, signori imbellettati, io più
non vi sopporto ! Infilerò la penna ben dentro al vostro orgoglio perché
con questa spada vi uccido quando voglio. Venite pure avanti poeti sgangherati,
inutili cantanti di giorni sciagurati, buffoni che campate di versi senza
forza avrete soldi e gloria ma non avete scorza ; godetevi il successo,
godete finché dura ché il pubblico è ammaestrato e non vi fa paura e andate
chissà dove per non pagar le tasse col ghigno e l'ignoranza dei primi
della classe. Io sono solo un povero cadetto di Guascogna però non la
sopporto la gente che non sogna. Gli orpelli ? L'arrivismo ? All'amo non
abbocco e al fin della licenza io non perdono e tocco. Facciamola finita,
venite tutti avanti nuovi protagonisti, politici rampanti ; venite portaborse,
ruffiani e mezze calze, feroci conduttori di trasmissioni false che avete
spesso fatti del qualunquismo un arte ; coraggio liberisti, buttate giù
le carte tanto ci sarà sempre chi pagherà le spese in questo benedetto
assurdo bel paese. Non me ne frega niente se anch'io sono sbagliato, spiacere
è il mio piacere, io amo essere odiato ; coi furbi e i prepotenti da sempre
mi balocco e al fin della licenza io non perdono e tocco. Ma quando sono
solo con questo naso al piede che almeno di mezz'ora da sempre mi precede
si spegne la mia rabbia e ricordo con dolore che a me è quasi proibito
il sogno di un amore ; non so quante ne ho amate, non so quante ne ho
avute, per colpa o per destino le donne le ho perdute e quando sento il
peso d'essere sempre solo mi chiudo in casa e scrivo e scrivendo mi consolo,
ma dentro di me sento che il grande amore esiste, amo senza peccato, amo
ma sono triste perché Rossana è bella, siamo così diversi ; a parlarle
non riesco, le parlerò coi versi. Venite gente vuota, facciamola finita
: voi preti che vendete a tutti un'altra vita ; se c'è come voi dite un
Dio nell'infinito guardatevi nel cuore, l'avete già tradito e voi materialisti,
col vostro chiodo fisso che Dio è morto e l'uomo è solo in questo abisso,
le verità cercate per terra, da maiali, tenetevi le ghiande, lasciatemi
le ali ; tornate a casa nani, levatevi davanti, per la mia rabbia enorme
mi servono giganti. Ai dogmi e ai pregiudizi da sempre non abbocco e al
fin della licenza io non perdono e tocco. Io tocco i miei nemici col naso
e con la spada ma in questa vita oggi non trovo più la strada, non voglio
rassegnarmi ad essere cattivo tu sola puoi salvarmi, tu sola e te lo scrivo
; dev'esserci, lo sento, in terra in cielo o un posto dove non soffriremo
e tutto sarà giusto. Non ridere, ti prego, di queste mie parole, io sono
solo un'ombra e tu, Rossana, il sole ; ma tu, lo so, non ridi, dolcissima
signora ed io non mi nascondo sotto la tua dimora perché ormai lo sento,
non ho sofferto invano, se mi ami come sono, per sempre tuo Cirano.
Culodritto
Ma come vorrei avere i tuoi occhi, spalancati sul mondo come carte assorbenti
e le tue risate pulite e piene, quasi senza rimorsi o pentimenti, ma come
vorrei avere da guardare ancora tutto come i libri da sfogliare e avere
ancora tutto, o quasi tutto, da provare. Culodritto, che vai via sicura,
trasformando dal vivo cromosomi corsari, di longobardi, di celti e romani
dell'antica pianura di montanari, reginetta dei telecomandi, di gnosi
assolute che asserisci e domandi, di sospetto e di fede nel mondo curioso
dei grandi, anche se non avrai le mie risse terrose di campi, cortili
e di strade, e non saprai che sapore ha il sapore dell'uva rubato a un
filare, presto ti accorgerai com'è facile farsi un'inutile software di
scienza e vedrai che confuso problema è adoprare la propria esperienza;
Culodritto, cosa vuoi che ti dica? Solo che costa sempre fatica e il vivere
è sempre quello, ma è storia antica. Culodritto, dammi ancora la mano,
anche se quello di stringerla è solo un pretesto per sentire quella tua
fiducia totale che nessuno mi ha dato, o mi ha mai chiesto; vola, vola
tu, dove io vorrei volare verso un mondo dove ancora tutto è da fare e
dove è ancora tutto, o quasi tutto, da sbagliare.
Dio è morto
Ho visto la gente della mia età andare via lungo le strade che non portano
mai a niente cercare il sogno che conduce alla follia nella ricerca di
un qualcosa che non trovano, nel mondo che hanno già lungo le strade che
dal vino son bagnate dentro alle stanze da pastiglie trasformate dentro
alle nuvole di fumo del mondo fatto di città essere contro ed ingoiare
la nostra stanca civiltà, e un dio che è morto ai bordi delle strade dio
è morto nelle auto prese a rate dio è morto nei miti dell'estate dio è
morto Mi han detto che questa mia generazione più non crede in ciò che
spesso è mascherato con la fede nei miti eterni della patria e dell'eroe
perché è venuto ormai il momento di negare tutto cio che è falsità e che
è di parte e di abitudine e paura una politica che è solo far carriera
il perbenismo interessato la dignità fatta di vuoto l'ipocrisia di chi
sta sempre con la ragione e mai col torto e un dio che è morto nei campi
di sterminio dio è morto coi miti della razza dio è morto con gli uomini
di partito dio è morto. Ma penso che questa mia generazione è preparata
ad un mondo nuovo e a una speranza appena nata ad un futuro che ha in
mano, ad una rivolta senza armi e che noi tutti ormai sappiamo che se
dio muore è per tre giorni e poi risorge in cio che noi crediamo dio è
risorto in cio che noi vogliamo dio è risorto nel mondo che faremo dio
è risorto
Eskimo
Questa domenica in Settembre non sarebbe pessata così l'estate finiva
più nature vent'anni fa o giù di lì Con l'incoscienza dentro al basso
ventre e alcuni audaci, in tasca "l'Unità", la paghi tutta, e a prezzi
d'inflazione, quella che chiaman la maturità Ma tu non sei cambiata di
molto anche se adesso è al vento quello che io per vederlo ci ho impiegato
tanto filosofando pure sui perché Ma tu non sei cambiata di tanto e se
cos'è un orgasmo ora lo sai potrai capire i miei vent'anni allora e quasi
cento adesso capirai Portavo allora un eskimo innocente dettato solo dalla
povertà non era la rivolta permanente diciamo che non c'era e tanto fa
Portavo una coscienza immacolata che tu tendevi a uccidere però inutilmente
ti ci sei provata con foto di famiglia o paletò E quanto son cambiato
da allora e l'eskimo che conoscevi tu lo porta addosso mio fratello ancora
e tu lo porteresti e non puoi più Bisogna saper scegliere il tempo non
arrivarci per contrarietà tu giri adesso con le tette al vento io ci giravo
già vent'anni fa Ricordi fu con te a Santa Lucia al portico dei Servi
per Natale credevo che Bologna fosse mia ballammo insieme all'anno o a
Carnevale Lasciammo allora tutti e due un qualcuno che non ne fece un
dramma o non lo so ma con i miei maglioni ero a disagio e mi pesava quel
tuo paletò Ma avevo la rivolta fra le dita dei soldi in tasca niente e
tu lo sai e mi pagavi il cinema stupita e non ti era toccato farlo mai
Perché mi amavi non l'ho mai capito così diverso da quei tuoi cliché perché
fra i tanti, bella, che hai colpito ti sei gettata addosso proprio a me
Infatti i fiori della prima volta non c'erano già più nel sessantotto
scoppiava finalmente la rivolta oppure in qualche modo mi ero rotto Tu
li aspettavi ancora ma io già urlavo che Dio era morto, a monte, ma però
contro il sistema anch'io mi ribellavo cioè, sognando Dylan e i provos
E Gianni ritornato da Londra a lungo ci parlò dell'LSD tenne una quasi
conferenza colta sul suo viaggio di nozze stile freak E noi non l'avevamo
mai fatto e noi che non l'avremmo fatto mai quell'erba ci cresceva tutt'attorno
per noi crescevan solo i nostri guai Forse ci consolava far l'amore ma
precari in quel senso si era già un buco da un amico, un letto a ore su
cui passava tutta la città L'amore fatto alla boia d'un Giuda e al freddo
in quella stanza di altri e spoglia vederti o non vederti tutta nuda era
un fatto di clima e non di voglia E adesso che potremmo anche farlo e
adesso che problemi non ne ho che nostalgia per quelli contro un muro
o dentro a un cine o lì dove si può E adesso che sappiamo quasi tutto
e adesso che problemi non ne hai che nostalgia, lo rifaremmo in piedi
scordando la moquette stile e l'Hi Fi Diciamolo per dire, ma davvero si
ride per non piangere perché se penso a quella ch'eri, a quel che ero,
che compassione che ho per me e per te Eppure a volte non mi spiacerebbe
essere quelli di quei tempi là sarà per aver quindic'anni in meno o avere
tutto per possibilità Perché a vent'anni è tutto ancora intero perché
a vent'anni è tutto chi lo sa a vent'anni si è stupidi davvero quante
balle si ha in testa a quell'età Oppure allora si era solo noi non c'entra
o meno questa gioventù di discussioni, caroselli, eroi quel ch'è rimasto
dimmelo un po' tu E questa domenica in Settembre se ne sta lentamente
per finire come le tante via distrattamente a cercare di fare o di capire
Forse lo stan pensando anche gli amici gli andati, i rassegnati, i soddisfatti,
giocando a dire che si era più felici pensando a chi si è perso o no a
quei patti Ed io che ho sempre un eskimo addosso uguale a quello che ricorderai
io come sempre, faccio quel che posso domani poi ci penserò se mai Ed
io ti canterò questa canzone uguale a tante che già ti cantai ignorala
come hai ignorato le altre e poi saran le ultime oramai
Farewell
E sorridevi, e sapevi sorridere, coi tuoi
vent'anni portati così, come si porta un maglione sformato su un paio
di jeans; come si sente la voglia di vivere che scoppia un giorno e non
spieghi il perchè: un pensiero cullato o un amore che è nato e non sai
che cos'è. Giorni lunghi tra ieri e domani, giorni strani, giorni a chiedersi
tutto cos'era, vedersi ogni sera; ogni sera passare su a prenderti con
quel mio buffo montone orientale, ogni sera là, a passo di danza, salire
le scale e sentire i tuoi passi che arrivano, il ticchettare del tuo buonumore,
quando aprivi la porta il sorriso ogni volta mi entrava nel cuore. Poi
giù al bar dove ci si ritrova, nostra alcova, era tanto potere parlarci,
giocare a guardarci, fra gli amici che ridono e suonano, attorno ai tavoli
pieni di vino, religione del tirare tardi e aspettare mattino; e una notte
lasciasti portarti via, solo la nebbia e noi due in sentinella, la città
addormentata non era mai stata così tanto bella. Era facile vivere allora,
ogni ora, chitarre e lampi di storie fugaci, di amori rapaci, e ogni notte
inventarsi una fantasia, da bravi figli dell'epoca nuova, ogni notte sembravi
chiamare la vita a una prova. Ma stupiti e felici scoprimmo che era nato
qualcosa più in fondo, ci sembrava di avere trovato la chiave segreta
del mondo. Non fu facile volersi bene, restare assieme o pensare d'avere
un domani, restare lontani; tutti e due a immaginarsi: "Con chi sarà?"
In ogni cosa un pensiero costante, un ricordo lucente e durissimo, come
il diamante, e a ogni passo lasciare portarci via da un'emozione non piena,
non colta: rivedersi era come rinascere ancora una volta. Ma ogni storia
ha la stessa illusione, sua conclusione, e il peccato fu creder speciale
una storia normale. Ora il tempo ci usura e ci stritola in ogni giorno
che passa correndo, sembra quasi che ironico scruti e ci guardi irridendo.
E davvero non siamo più quegli eroi pronti assieme ad affrontare ogni
impresa; siamo come due foglie aggrappate ad un ramo in attesa. Farewell,
non pensarci e perdonami se ti ho portato via un poco d'estate con qualcosa
di fragile come le storie passate. Forse un tempo poteva commuoverti ma
ora è inutile, credo, perchè ogni volta che piangi e che ridi non piangi
e non ridi con me.
Il tema
Un anno è andato via della mia vita, già vedo danzar l'altro che passerà
. Cantare il tempo andato sarà il mio tema perchè negli anni uguale sempre
e il problema. E dirò sempre le stesse cose viste sotto mille angoli diversi;
cercherò minuti, ore, giorni mesi, gli anni i visi che si sono persi canterò
soltanto il tempo. Ed ora dove sei tu che sapevi ridare ai giorni e ai
mesi un qualche senso. La giostra dei miei simboli fluisce uguale per
trarre anche dal male qualche compenso E dirò di pietre consumate, di
città finite, morte e sensazioni racconterò le mie visioni spente di fantasmi
e gente lungo le stagioni e canterò soltanto il tempo. E via, e via, e
via parole vane che scivolano piane dalle chitarre. E se ne vanno e vibrano
non resta niente un suono che si sente e poi scompare. E sono qui sempre
le stesse cose viste sotto mille angoli diversi cercherò minuti, ore giorni,
mesi gli anni i visi che si sono persi; canterò soltanto il tempo.
Il vecchio e il bambino
Un vecchio e un bambino si preser per mano E andarono insieme incontro
alla sera. La polvere rossa si alzava lontano E tutto brillava di luce
non vera. L'immensa pianura sembrava arrivare Fin dove l'occhio di un
uomo poteva guardare, E tutto d'intorno non c'era nessuno Solo il tetro
contorno di torri di fumo. I due camminavano, il giorno cadeva Il vecchio
parlava e piano piangeva. Con l'anima assente, con gli occhi bagnati Seguiva
il ricordo di miti passati. I vecchi subiscon le ingiurie degli anni Non
sanno distinguere il vero dai sogni, I vecchi non sanno, nel loro pensiero
Distinguer nei sogni il falso dal vero. E il vecchio diceva, guardando
lontano, "Immagina questo coperto di grano, Immagina i frutti, immagina
i fiori E pensa alle voci e pensa ai colori. E in questa pianura fin dove
si perde Crescevano gli alberi e tutto era verde, Cadeva la pioggia, segnavano
i soli Il ritmo dell'uomo e delle stagioni." Il bimbo ristette, lo sguardo
era triste, E gli occhi guardavano cose mai viste, E poi disse al vecchio
con voce sognante "Mi piaccion le fiabe, raccontane altre."
Incontro
E correndo mi incontrò lungo le scale quasi nulla
mi sembrò cambiato in lei la tristezza poi ci avvolse come miele per il
tempo scivolato su noi due. Il sole che calava già rosseggiava la città
già nostra ed ora straniera incredibile e fredda; come un istante "deja
vu" ombra della gioventù ci circondava la nebbia. Auto ferme ci guardavano
in silenzio vecchi muri proponevan nuovi eroi dieci anni da narrare l'uno
all'altro ma le frasi rimanevan dentro in noi "cosa fai ora, ti ricordi,
eran belli i nostri tempi, ti ho scritto è un anno, mi han detto che eri
ancor via". E poi la cena a casa sua, la mia nuova cortesia, stoviglie
color nostalgia. E le frasi quasi fossimo due vecchi rincorrevan solo
il tempo dentro in noi per la prima volta vidi quegli specchi capii i
quadri, i soprammobili ed i suoi. I nostri miti morti ormai, la scoperta
di Hemingway il sentirsi nuovi le cose sognate e poi viste la mia America
e la sua diventate nella via la nostra città tanto triste. Carte e vento
volan via nella stazione freddo e luci accese forse per noi lì ed infine
in breve la sua situazione uguale quasi a tanti nostri film: come in un
libro scritto male lui si era ucciso per natale ma il triste racconto
sembrava assorbito dal buoi povera amica che narravi dieci anni in poche
frasi e io i miei in un solo saluto. E pensavo dondolato dal vagone "cara
amica il tempo prende il tempo dà noi corriamo sempre in una direzione
ma qual sia e che senso abbia chi lo sa restano i sogni senza tempo le
impressioni di un momento le luci nel buio di case intraviste da un treno
siamo qualcosa che non resta frasi vuote nella testa e il cuore di simboli
pieno."
Le piogge d'aprile
Ma dove sono andate quelle piogge d'aprile che in mezz'ora lavavano un'anima
o una strada e lucidavano in fretta un pensiero o un cortile bucando la
terra dura e nuova come una spada, ma dove quelle piogge di primavera
quando dormivi supina, e se ti svegliavo ridevi, poi piano facevi ridere
anche me con i tuoi giochi lievi. Ma dove quelle estati senza fine, senza
sapere la parola nostalgia, solo colore verde di ramarri e bambine e in
bocca lo schioccare secco di epifania, ma dove quelle stagioni smisurate
quando ogni giorno figurava gli anni a venire e dove ogni autunno quando
finiva l'estate trovavi la voglia precisa di ripartire. Che ci farai ora
di questi giorni che canti dei dubbi quasi doverosi che ti sono sorti
dei momenti svuotati, ombre pressanti di noi rimorti, che ci potrai fare
di quelle energie finite, di tutte quelle frasi storiche da dopocena;
consumato per sempre il tempo di sole e ferite, basta vivere appena, basta
vivere appena. Ed ora viviamo in questa stagione di mezzo, spaccata e
offesa da giorni agonizzanti e disperati, lungo i quali anche i migliori
si danno un prezzo e ti si seccano attorno i vecchi amori sciagurati,
dove senza più storia giriamo il mondo ricercando soltanto un momento
sincero col desiderio inconscio di arrivare più in fondo per essere più
vero. Ma dove sono andate quelle piogge d'aprile? Io qui le aspetto come
uno schiaffo improvviso come un gesto, un urlo o un umore sottile fino
ad esserne intriso, io chiedo che cadano ancora sul mio orizzonte angusto
e avaro di queste voglie corsare, per darmi un'occasione ladra, un infinito,
un ponte, per ricominciare.
Le ragazze della notte
Che cosa cercano le ragazze della notte, trucco
e toilettes che si spanpànano piano come il ghiaccio va in acqua dentro
al tumbler squagliandosi col caldo della mano, e frugano con gli occhi
per vedere un viso o un'ombra nell'oscurità o per trovare qualcuno a cui
ripetere le frasi solite di quell'umanità. Ma chi aspettano le ragazze
della notte in quei bar zuppi di alcolici e fiati, di uomini vocianti
che strascinano pacchi di soldi forse male guadagnati, le vedi appendersi
adoranti e innaturali a quei califfi cui non darei una lira; chissà se
sognano vite più normali mentre la notte gira gira gira. E si mettono
a cantare un po' stonate quando qualcuno va a picchiare un piano, canzoni
vecchie, storie disperate, gli amori in rima di un tempo già lontano e
si immedesimano in quelle parole scritte per altre tanto tempo fa, bella
senz'anima, quando tramonta il sole suona un'armonica, ne me quitte pas.
Cosa dicono le ragazze della notte a quei baristi ruffiani e discreti
che si chinano preteschi sul bancone per confessare chissà quali segreti
e poi guardano in controluce un bicchiere e agili danzano versando un
liquore; quanto da dire, e quanto c'è da bere mentre la notte macina le
ore. Come amo le ragazze della notte così simili a me, cosi diverse noi
passeggeri di treni paralleli piccoli eroi delle occasioni perse, anche
se so che non ci incontreremo ma solamente ci guardiamo passare, anche
se so che mai noi ci ameremo col rimpianto di non poterci amare. Finchè
anche dai vetri affumicati spinge la luce ed entra all'improvviso e autobus
gonfi di sonni arretrati passano ottusi nel mattino intriso di edicole
che espongono i giornali pieni di fatti che sappiamo già, di cappucci
e brioche e dei normali rumori che ha al mattino una città. Ma dove vanno
le ragazze della notte che all'alba fuggono complice un tassi, stanche
di tanto, piene del rimorso d'avere forse detto troppi si, ma lo scacciano
presto ed entra in loro solo un filo di spossatezza leggera, che le accompagnerà
lungo il lavoro, che condurrà diritto fino a sera. Ma chi sono le ragazze
della notte...
Non bisognerebbe
Non bisognerebbe mai ritornare. Perchè calcare i tuoi vecchi passi, calciare
gli stessi sassi, su strade che ti han visto già a occhi bassi? Non troverai
quell'ombra che eri tu e non avrai quell'ora in più che hai dissipato
e che ora cerchi; si scioglierà impossibile il pensiero a rimestare il
falso e il vero in improbabili universi. Eppure come un cane che alza
il muso e annusa l'aria batti sempre la tua pista solitaria e faccia dopo
faccia e ancora traccia dopo traccia torni dove niente ti aprirà le braccia.
E rimpiangere, rimpiangere mai. Come piovigginano le vecchie cose: perchè
fra i libri schiacciare rose di risa paghe e piene delle spose? E buttar
via un incognita e uno scopo, trascurare il giorno dopo come se chiudesse
sempre; studiar la stessa pagina di storia conosciuta già a memoria, date
e luoghi impressi a mente. Ma gocciola da sempre sul bagnato, tesoriere
dei tuoi giorni, di chi ha preso e di chi ha dato. E ora dopo ora e dopo
un attimo ed ancora la poetica consueta è "dell'allora". Primo: Non ricordare.
Perchè i ricordi sono falsati, i metri e i cambi sono mutati per la spietata
legge dei mercati. E' come equilibrarsi sugli specchi, ad ogni occhiata
un po' più vecchi, opachi, muti e deformanti. Frugare dentro ai soliti
cassetti dove non c'è quel che ci metti e mai le cose più importanti.
E invece come tutti sempre li a portarli addosso, a ricercare quel sottile
straccio rosso che lega il tempo assente ed il presente e nella mente
tutto questo poi ci si confonderà.
Parole
Parole, son parole, e quante ormai ne ho adoperate e quante ancora lette
e poi sentite, a raffica, trasmesse, a mano tesa, sussurrate, sputate,
a tanti giri, riverite, adatte alla mattina, messe in abito da sera, all'osteria
citabili o a Cortina, o a Marghera. Con gioia di parole ci riempiamo le
mascelle e in aria le facciamo rimbalzare e se le cento usate sono in
fondo sempre quelle non è importante poi comunicare, è come l'uomo solo
che fischietta dal terrore e vuole ne silenzio udire un suono, far rumore.
Mio caro amore si è un po' come commessi viaggiatori con campionari di
parole e umori a ritmi di trecento e più al minuto; amore muto beati i
letterari marinai così sul taciturno e cerca guai così inventati e pieni
di coraggio. Io non son quei marinai, parole in rima ne ho già dette (e
tante, strano, ma ne faccio dire) nostalgiche, incazzate, quanto basta
maledette, ironiche quel tanto per servire a grattarsi un po' la rogna,
soffocati dal collare adatto per i cani o per la gogna del giullare. Poi
andare sopra un palco per compenso o l'emozione: chi non ha mai sognato
di provare ? Sia chi ha capito tutto e tutto sa per professione ed ha
un orgasmo a scrivere o a fischiare, sia quelli che ti adorano fedeli
e senza intoppi, coi santi non si scherza, abbasso il Milan, viva Coppi!
Amore sappi, beato chi ha le musiche importanti, le orchestre, luci e
viole sviolinanti, non queste mie di fil di ferro e spago; amore vago,
mi tocca coi miei due giri costanti far il make-up a metonìmie erranti:
che gaffe proprio all'età della ragione. E sì son tanti gli anni, ma se
guardo ancora pochi Voltaire non ci ha insegnato ancora niente, è questo
quel periodo in cui i ruggiti si fan fiochi oppure si ruggisce veramente
ed io del topo sovrastrutturale me ne frego; chi sia Voltaire mi dite?
va be', dopo ve lo spiego. E se pensate questi i vaniloqui di un anziano
lo ammetto, ma mettiamoci d'accordo conosco gente pia, gente che sa guardar
lontano e alla maturità dicon sia sordo perchè i rincoglioniti d'ogni
parte odian parechio la libertà e la chiamano "vagiti", o "ostie" d'un
vecchio. Amore a specchio, è tanto bello urlare dagli schermi, gettare
a terra falsi pachidermi coprendo ad urla il vuoto ed il timore. Qui sul
mio onore, smetterei di giocar con le parole ma è un vizio antico e poi
quando ci vuole per la battuta mi farei spellare. Eee, le chiacchere son
tante e se ne fan continuamente, è tanto bello dar fiato alle trombe o
il vino o robe esotiche rimbomban nella mente esplodono parole come bombe,
pillacchere di fango, poesie dette sulla sedia, ghirlande di semantica
e gran tango dei mass-media. Dibattito, dal vivo, miti spot, ex-cineforum
talk-show, magazine, trend, poi T.V. e radio telegiornale, spazi, nuovo,
gadget, pista, quorum dietrismo, le tangenti, rock e stadio, deviati,
bombe, agenti, buco e forza del destino, scazzato, paranoia e gran minestra
dello spino. Amore fino, lo so che in questo modo cerco guai ma non sopporto
questi parolai non dire più che ci son dentro anch'io, amore mio se il
gioco è essere furbo e intelligente ti voglio presentare della gente e
certamente presto capirai. Ci sono, sai, nascosti dietro a pieghe di risate
che tiran giù i palazzi dei coglioni, più sobri e più discreti e che fan
meno puttanate di me che scrivo in rima le canzoni, i clown senza illusioni,
fucilati ad ogni muro, se stan così le cose dei buffoni sia il futuro.
Son quelli che distinguono parole da parole e sanno sceglier fra Mercuzio
e Mina, che fanno i giocolieri fra la verità e le mode, i Franti che sghignazzano
a dottrina, che irridono ai proverbi e berceran disincantati: "Fra Mina
e fra Mercuzio son parole, e non son frati".
Per fare un uomo
E cade la pioggia e cambia ogni cosa la morte
e la vita non cambiano mai non cambiano mai l'inverno è tornato l'estate
è finita la morte e la vita rimangono uguali. Per fare un uomo ci voglion
vent'anni per fare un bimbo un'ora d'amore per una vita migliaia di ore
per il dolore è abbastanza un minuto. E verrà il tempo di dire parole
quando la vita una vita darà e verrà il tempo di fare l'amore quando l'inverno
più a nord se ne andrà. Poi andremo via come fanno gli uccelli che dove
vanno nessuno lo sa ma verrà un tempo e quel cielo vedremo quando l'inverno
dal nord tornerà. E cade la pioggia e cambia ogni cosa la morte e la vita
non cambiano mai l'estate è passata l'inverno è alle porte la vita e la
morte rimangono uguali.
Scirocco
Ricordi? Le strade erano piene di quel lucido scirocco che trasforma una
realtà abusata e la rende irreale, sembravano alzarsi le torri in un largo
gesto barocco e in via dei Giudei volavano velieri, come in un porto canale.
Tu, dietro al vetro di un bar impersonale, seduta a un tavolo da poeta
francese, con la tua solita faccia aperta ai dubbi e un po' di rosso routine
dentro al bicchiere; pensai d'entrare per stare insieme a bere e a chiaccherare
di nubi. Ma lei arrivò affrettata, danzando nella rosa di un abito di
percalle che le fasciava i fianchi, e cominciò a parlare, ed ordinò qualcosa,
mentre nel cielo rinnovato correvano le nubi a branchi e le lacrime si
unirono al latte di quel tè e le mani disegnavano sogni e certezze, ma
io sapevo come ti sentivi schiacciato tra lei e quell'altra che non sapevi
lasciare, tra i tuoi due figli e l'una e l'altra morale; come sembravi
inchiodato. Lei si alzò , con un gesto finale, poi andò via, senza voltarsi
indietro, mentre quel vento la riempiva di ricordi impossibili, di confusioni
e immagini. Lui restò , come chi non sa proprio cosa fare, cercando ancora
chissà quale soluzione, ma è meglio poi, un giorno solo da ricordare che
ricadere in una nuova realtà sempre identica. Ora non so davvero dove
lei sia finita, se ha partorito un figlio o come inventa le sere; lui
abita da solo e divide la vita tra il lavoro, versi inutili e la routine
di un bicchiere. Soffiasse davvero quel vento di scirocco e arrivasse
ogni giorno per spingere a guardare dietro la faccia abusata delle cose,
nei labirinti oscuri delle case, dentro lo specchio segreto di ogni viso
.... dentro di noi.
Stelle
Ma guarda quante stelle questa sera fino alla linea curva d'orizzonte,
ellissi cieca e sorda del mistero là dietro al monte ; si fingono animali
favolosi, pescatori che lanciano le reti, re barbari o cavalli corridori
lungo i pianeti e sembrano invitarci da lontano per svelarci il mistero
delle cose o spiegarci che sempre camminiamo fra morte e rose o confonderci
tutto e ricordarci che siamo poco, che non siamo niente e che è solo un
pulsare illimitato ma indifferente. Ma guarda quante stelle su nel cielo
sparse in incalcolabile cammino ; tu credi che disegnino la traccia del
destino ? e che la nostra vita resti appesa a un nastro tenue di costellazioni
per stringerci in un laccio e regalarci sogni e visioni, tutto sia scritto
in chiavi misteriose, effemeridi che guidano ogni azione, lasciandosi
soltanto il vano filtro dell'illusione e che l'ambiguo segno dei Gemelli
governi il corso della mia stagione scontrandosi e incontrandosi nel cielo
dello Scorpione ? Ma guarda quante stelle sterminate : che senso avranno
mai ? Che senso abbiamo ? Sembrano dirci in questa fine estate : siamo
e non siamo e che corriamo come il Sagittario tirando frecce a simboli
bastardi, antiche bestie, errore visionario, segni bugiardi. C'erano ancora
prima del respiro, ci saranno alla nostra dipartita, forse fanno ballare
appesa a un filo la nostra vita e in tutto quel chiarore sterminato, dove
ogni lontananza si disperde, guardando quel silenzio smisurato l'uomo
si perde.
Talkin' sul sesso Se c'è una cosa di moda adesso,
fatto sicuro è proprio il sesso anche Alighieri col sesso prendo, e la
"Divina Commedia" a dispense vendo: "la carne in fiamme" "peccatori e
peccatrici" "sensazioni paradisiache". Comunque alla scuola media statale
hanno iniziato un piano di educazione sessuale sembra impossibile, eppure
è vero, ed è voluto dal ministero. Non ci credete? Andate e vedete, hanno
già stanziato due miliardi per comprare i cavoli. Ma questo fatto dell'educazione
sessuale non è ben visto dalla nazione; morte alla pillola atea e nociva!
Per l'aspirina si gridi evviva. [Che poi fa lo stesso effetto, Non bisogna
prenderla prima o dopo; bisogna prenderla invece! E passano anche quei
noiosi mal di testa]. Italia per bene, ti sveglia, ti desta, intendi l'orecchio,
solleva la testa! I giovani d'oggi han scoperto (oh vergogna!) chi porta
i bambini, non è la cicogna! [Fatto anticattolico e comunista!] Il mistero
delle cicogne è in crisi!] Ho visto in giro un pio proclama che al religioso
buon senso chiama. Fare l'amore fa male al cuore! Dov'entra il sesso,
entra il dottore! E non si parli di antifecondativi! I bimbi nascono sotto
i cavoli! [Al massimo di anticrittogamici!] Ma la corruzione quand'è iniziata
non c'è più niente che può fermarla; tutti di sesso siamo ammalati, ed
al divorzio si è già arrivati! [Ciò che dio unisce l'uomo non sciolga!
È molto meglio un pio colpo di pistola, che col fatto del delitto d'onore
dopo un mese e mezzo sei fuori!] E quindi uniamoci gridando al mondo a
morte il sesso serpente immondo! Basta l'amore! Fate la guerra! [Sano
rimedio per questa terra] Non più sovrappopolazione! Non più divorzi!
La coscienza è a posto! E ci penseranno i superstiti.
Tango per due
Coppia che sta silenziosa, un po' rigida e in posa, a ballare, una sera:
la vita è solo una cosa rimasta indietro non c'è più ma c'era; composta
e indomenicata, eleganza sfuocata raggiunta a fatica l'oggi ha cambiato
facciata, ma di quell'ieri passato io so che tante ne potreste raccontare,
e il ricordo stempera e non guasta, quante cose e facce da narrare che
come si dice un romanzo non basta, nate con un rapido: 'a domani', continuate
in giorni di 'si' e 'no' lampi sotto cieli suburbani e raffica il tango
che vi presentò. Lui biella, stantuffo, leva, muscoli, grinta, officina,
sole, lei quiete, chitarra, vela, segreti, donna, calore, viole, lui bar,
alcol ,nicotina, capelli indietro, cravatta, bici, lei ràion, lei signorina,
la permanente coi ricci. Coppia di fronte a bianchino, anonimo vino frizzante
anidride: la vita che buffa cosa, ma se lo dici nessuno ride. Coppia legata
dai giorni, partenze e ritorni, fortezza e catena, datemi i vostri ricordi,
ditemi che ne valeva la pena. Ora le luci son spente, sta uscendo la gente,
saluti e rumore, ditemi che avete in mente, come una volta, di fare l'amore,
quello che è stato un segreto di un prato o di un greto, del buio d'un
viale, quel gioco ardente e discreto, d'allora sempre diverso ed uguale...
chi lo sa se ciò che è da cercare, ciò che non sai mai se vuoi o non vuoi,
sia così banale da trovare, sia lungo ogni strada, sia a fianco di noi,
perso in tante scatole di odori, angoli e tendine che non so impronte
di paesaggi e di colori, manciata di un tango che vi accompagnò.
Lui... Lei, lei...
Ti ricordi quei giorni Ti ricordi quei giorni? Uscimmo dopo le canzoni
per camminare piano. Ti ricordi quei giorni? Gli amici bevevano vino,
qualcuno parlava e rideva, noi quasi lontano, vicino a te vicino a me
e ci parlammo, ognuno per lasciare qualcosa, per avere qualcosa, per creare
qualcosa. Ti ricordi quei giorni? I tuoi occhi si incupivano, il tuo viso
si arrossava e ti stringevi a me nella mia stanza (quasi un respiro) e
mi dicesti: Basta... perchè non voglio guardarti... perchè ho paura ad
amarti..." e dicesti, e dicesti, e dicesti... Le tue parole quasi io non
ricordo più e nemmeno tu ricordi niente. Ora dove sei, e che gente vede
il tuo viso e ascolta le tue parole leggere, le tue sciocchezze leggere,
le tue lacrime leggere, come una volta? Che cosa dici ora quando qualcuno
ti abbraccia e tu nascondi la faccia, e tu alzi fiera la faccia e guardi
diritto in faccia come allora? Qui un poco piove, un poco il sole; aspettiamo
ogni giorno che questa estate finisca che ogni incertezza svanisca...
e tu? Non ricordo più che voce hai. Che cosa fai? lo non credo davvero
che quel tempo ritorni ma ricordo quei giorni...
Vorrei
Vorrei conoscer l'odore del tuo paese, camminare di casa nel tuo giardino,
respirare nell'aria sale e maggese, gli aromi della tua salvia e del rosmarino.
Vorrei che tutti gli anziani mi salutassero parlando con me del tempo
o dei giorni andati, vorrei che gli amici tuoi tutti mi parlassero come
se amici fossimo sempre stati. Vorrei incontrare le pietre, le strade,
gli usci, i ciuffi di parietaria attaccati ai muri, le strisce delle lumache
nei loro gusci, capire i giochi di sguardi dietro agli scuri e lo vorrei
perché non sono quando non ci sei e resto solo coi pensieri miei, ed io...
Vorrei con te da solo sempre viaggiare, scoprire quello che intorno c'è
da scoprire per raccontarti e poi farmi raccontare il senso di un rabbuiarsi
e del tuo gioire; vorrei tornare nei posti dove son stato, spiegarti di
quanto tutto sia poi diverso per farmi da te spiegare cos'è cambiato e
quale sapore nuovo abbia l'universo. Vedere di nuovo Istanbul o Barcellona
o il mare di una remota spiaggia cubana o un greppe dell'appennino dove
risuona fra gli alberi un'usata e semplice tramontana e lo vorrei perché
non sono quando non ci sei e resto solo coi pensieri miei, ed io... Vorrei
restare per sempre in un posto solo per ascoltare il suono del tuo parlare
e guardare stupito il lancio, la grazia, il volo impliciti dentro al semplice
tuo camminare e restare in silenzio al suono della tua voce o parlare,
parlare, parlare, parlarmi addosso dimenticando il tempo troppo veloce
o nascondere in due sciocchezze che son commosso. Vorrei cantare il canto
delle tue mani, giocare con te un eterno gioco proibito che l'oggi restasse
oggi senza domani o domani potesse tendere all'infinito. e lo vorrei perché
non sono quando non ci sei e resto solo coi pensieri miei, ed io...
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